Arlecchino appare in un tempo in cui la risata sembra prevalere sul potere catartico del pianto.
La tragedia è morta. Eppure Arlecchino, beffardo nella sua ferocia, conserva qualcosa del sorriso di Dioniso e si offre ai colpi di bastone.
Cosa resta dell’ironia tragica in Arlecchino, se resta qualcosa?
Oggi, sullo sfondo di una cortina di fuoco planetaria – guerra, sterminio, terra devastata e sprecata – Arlecchino sopravvive?
È ancora una forza primaverile del rovesciamento, dello stupore e della meraviglia, dell'eterna generazione del nuovo?