Coronavirus, cosa ci sta facendo capire il virus invisibile: l'intervista all'antropologo Marco Aime - Magazine

Coronavirus, cosa ci sta facendo capire il virus invisibile: l'intervista all'antropologo Marco Aime

Attualità Magazine Mercoledì 18 marzo 2020

Marco Aime

Magazine - Il Coronavirus ci ha messo di fronte alla nostra fragilità. Ci siamo resi conto di non essere i padroni del mondo. Di non poter controllare tutto. «Un esserino invisibile» ha scombussolato le nostre vite: ha ridotto la nostra libertà di movimento e di azione. A volte, però, quello che potrebbe sembrare il male assoluto, può trasformarsi in risorsa. Serve solo una cosa: iniziare a riflettere e guardare le cose attraverso un’altra prospettiva, capendo che «siamo una parentesi nell’Universo e apparteniamo tutti alla stessa specie». Questo il Coronavirus ha dimostrato al di là di ogni retorica.

Marco Aime, antropologo, scrittore e docente di Antropologia culturale all’Università di Genova, ci racconta come il Covid-19 ci sta cambiando e quello che può farci capire, a una condizione: non rimanere sordi all’allarme che ci lancia«Questo evento che ci è piombato addosso senza preavviso ha messo in luce la nostra fragilità e scardinato quell’immagine antropocentrica che ci siamo costruiti. Abbiamo vissuto pensando di dominare qualsiasi cosa, come se la natura fosse al nostro servizio».

E invece...
«E invece un esserino invisibile è riuscito a mettere in ginocchio l’intero sistema economico e sociale. E questo è un elemento importante su cui riflettere».

Ci anche fatto capire che siamo tutti sulla stessa barca e gli altri, quelli da tenere lontano, siamo diventati noi.
«Negli ultimi tempi si è costruita una retorica dell’altro come portatore di ogni male e malattia. In un attimo i portatori di malattie e quelli da essere isolati, siamo stati noi italiani. Additati come appestati. Tenuti fuori dai confini. Allontanati. Per cui di colpo abbiamo capito cosa vuol dire essere dall’altra parte della frontiera, quella che divide i buoni dai cattivi. Le epidemie sono nemici che attaccano tutti, senza distinzioni di passaporto o frontiera. Questa diffidenza nata, e amplificata da un eccessivo dibattito sui media, ha fatto sì che siamo diventati altri da noi stessi. La gente si scansa, tiene le distanze. Ci siamo auto-discriminati».

Il senso di comunità di cui si sente parlare è reale o apparente?
«Sono scettico sulla retorica  che stiamo diventando una comunità. La comunità nasce dalla relazione e mi sembra paradossale che questa possa esserci quando non abbiamo relazioni, anche se ci sono gli strumenti tecnologici che ci aiutano. Non basta anadare sul balcone ad applaudire o cantare per diventare comunità, ci sono episodi di solidarietà che fanno ben pensare, è vero, ma ricordiamo che oggi siamo costretti a essere solidali per l’ermergenza».

Ci sarà un prima e un dopo il Coronavirus? 
«Non sono così convinto che saremo capaci di rielaborare, e il rischio è di ritornare alla nostra solita routine, una volta passata l'emergenza».

Cosa dovremmo fare, invece
«Dovremmo innanzitutto ripensare il nostro modo di vivere. Problemi come questo ci hanno fatto capire che ci sono situazioni che vanno risolte a livello mondiale e no ognuno per conto suo. Ci deve anche far riflettere sul nostro rapporto con l’ambiente che sottovalutiamo, a parte un po’ di retorica, poi tutti perseguono solo interessi economici. Sembra che questo virus ci dica di fare attenzione: siete sottoposti a dei limiti, fermatevi un attimo. Non bisognerebbe più far prevalere gli  interessi economici sopra la sopravvivenza e il rispetto dell'ambiente. Questo virus ci ricorda che la natura è più forte di noi. Noi umani siamo una parentesi. Non siamo noi a dominare il pianeta, è lui che ci sopporta. E se avevamo dei dubbi sul non appartenere tutti alla stessa specie il Coronavirus ce lo ha ricordato».