Privacy Online
Magazine, 27/08/2026.
Ogni giorno mettiamo a repentaglio la nostra privacy a colpi di piccoli gesti. Ad esempio, il classico “Accetta tutto” sui cookie mentre aspettiamo un treno a Milano Centrale o l’app lasciata aperta in pausa pranzo a Genova. Gesti che potrebbero sembrare normali ai più ma che nella realtà potrebbero rivelare dati tutt’altro che innocui.
Il punto di partenza è sempre personale: ogni utente dovrebbe infatti avere quel minimo di volontà che lo spinga a capire cosa lascia alle spalle ogni volta che usa un dispositivo online.
Ad esempio, un sito può registrare l’indirizzo IP, numeri identificativi del dispositivo, sistema operativo, risoluzione dello schermo, tipo di connessione e altri segnali tecnici. In un provvedimento dell’aprile 2026, il Garante della Privacy ha spiegato quanto queste informazioni possano diventare invasive nel caso in cui vengano unite fra loro: nel caso analizzato comparivano anche geolocalizzazione, ID pubblicitari e dati sulle app installate o in esecuzione. Questi ultimi, secondo l’Autorità, possono perfino rivelare aspetti della sfera personale (anche se indirettamente).
Non significa automaticamente che tutti i siti sappiano tutto su di noi, ma che tanti dati piccoli, uniti come i puntini del famoso gioco della Settimana Enigmistica, possono creare un quadro più ampio e preciso.
E questa raccolta non c’è solo quando compiliamo un modulo. Può iniziare prima, quando interagiamo con un servizio. Ecco perché non conta solo quali dati inseriamo volontariamente, ma anche quali informazioni possono essere ricavate automaticamente da un sito a partire dal nostro dispositivo e dalla nostra attività di navigazione.
Il problema è in minima parte tecnico e in larga misura umano. Secondo i dati NielsenIQ riportati da RaiNews, il 56% degli italiani accetta spesso o sempre informative privacy e cookie senza leggerle. Il 71% non sa come esercitare concretamente i propri diritti digitali, in particolare quello alla cancellazione dei dati.
Forse non è disinteresse. Dopo dieci banner in una giornata, il consenso può sembrare una perdita di tempo. Eppure qualcosa si sta muovendo: Federprivacy, citando la stessa indagine NielsenIQ, segnala che il 69% degli italiani considera importante affidare i dati ad aziende che li trattano correttamente e che sette su dieci hanno rinunciato almeno una volta a un sito o a un’app pur di non condividere informazioni personali.
Insomma: clicchiamo in fretta, ma ci fidiamo meno.
Il telefono non deve diventare un bunker. Conviene però scegliere “rifiuta” quando i cookie non necessari non servono, rivedere ogni tanto i permessi di posizione, microfono e fotocamera, usare password diverse e attivare l’autenticazione a due fattori o le passkey (se disponibili).
Vale anche una regola molto terra-terra: una rete pubblica non diventa sicura perché ha il nome del bar, dell’hotel o della stazione. Quando si lavora spesso fuori casa, cosa abbastanza normale tra Milano, Genova e relative trasferte, sarebbe opportuno non effettuare operazioni sensibili su reti sconosciute (ricordandosi anche di tenere sempre aggiornati dispositivi e browser).
Una VPN open source offre una sicurezza in più tra il dispositivo e il server della rete internet, riducendo il rischio di esfiltrazione dei dati. Non bisogna però pensare che collegandosi a una rete privata virtuale ci si possano concedere superficialità su cookie o sistema di autenticazione.
La regola finale, forse, è quella che ha meno a che spartire con la tecnologia: prima di cliccare, chiedersi se quel dato serve davvero, così da lasciare meno tracce possibili.