Referendum sulla Giustizia © Mentelocale per Gemini
Magazine, 17/03/2026.
Domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026 il popolo italiano è chiamato a scegliere se approvare o rifiutare la riforma della giustizia con un referendum. Di fronte a un quesito complesso e tecnico, per alcuni contorto, molte persone non sanno cosa scegliere e si affidano alla propria pancia o alla propria appartenenza politica.
Il referendum sulla giustizia è un referendum costituzionale confermativo. Cosa vuol dire? I cittadini non sono chiamati a scegliere se abrogare una legge esistente, bensì a confermare o respingere una modifica della Costituzione già approvata dal Parlamento. Il motivo per cui si è chiamati a votare è determinato dal fatto che la riforma è stata approvata senza raggiungere la maggioranza qualificata, ovvero almeno i due terzi dei componenti di ciascuna Camera. Se questa quota fosse stata raggiunta, la modifica sarebbe passata senza la conferma della cittadinanza. Questo tipo di referendum non richiede una quota minima di votanti (il cosiddetto quorum) per essere efficace: la modifica sarà approvata se il 50% più uno dei votanti sceglierà il Sì, e viceversa.
Attualmente, in Italia i magistrati sono divisi in due gruppi: i pubblici ministeri (magistratura requirente) e i giudici (magistratura giudicante). I primi si occupano delle indagini e rappresentano l’accusa durante i processi penali, mentre i secondi decidono sulle cause e pronunciano le sentenze.
Attualmente, giudici e PM, pur svolgendo funzioni diverse, fanno parte della stessa carriera: affrontano lo stesso concorso e, dopo averlo superato, scelgono quale delle due funzioni esercitare. Entrambe le figure rispondono allo stesso organo di autogoverno: il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM).
Le democrazie possono definirsi tali solo se i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario restano separati. Il CSM nasce con la Costituzione proprio per garantire questa tripartizione e l’autogoverno della magistratura. Esso si occupa, ad esempio, di assunzioni, assegnazioni, promozioni e provvedimenti disciplinari.
Attualmente, il CSM si compone di 33 membri suddivisi in: 3 membri di diritto (il Presidente della Repubblica, il Primo Presidente della Cassazione e il Procuratore Generale della Cassazione) e 30 membri eletti: 20 magistrati (di cui 15 giudici e 5 PM) eletti dai magistrati stessi, i cosiddetti membri togati, e 10 membri eletti dal Parlamento (scelti tra avvocati con almeno 15 anni di esercizio e professori di materie giuridiche), i cosiddetti membri laici.
La riforma costituzionale, se confermata, dividerà la magistratura in due carriere separate, con concorsi distinti e con due diversi Consigli Superiori (CSM). I promotori della riforma sostengo, quindi, che l'appartenenza di giudici e PM alla stessa carriera ne minerebbe l’imparzialità.
Considerando la normativa attuale, un magistrato può, una sola volta nella vita e cambiando regione, cambiare funzione, ovvero passare da giudice a PM o viceversa. La riforma eliminerebbe questa possibilità: i magistrati dovrebbero scegliere il proprio percorso sin dal concorso d'accesso (rispetto a oggi ci saranno due prove distinte, una per diventare PM e una per diventare giudice). Si nota che, in media, negli ultimi anni la percentuale di cambi di funzione ha oscillato tra lo 0,1% e lo 0,5% del totale dei magistrati.
Se la modifica dovesse venire approvata, le componenti dei due CSM rimarranno pressoché le stesse di quelle attuali. Quello che cambierà sarà la modalità di assegnazione: sia per i membri togati sia per quelli laici si ricorrerebbe al sorteggio. I membri togati verrebbero estratti tra tutti i magistrati, mentre i membri laici da una lista compilata dal Parlamento con modalità ancora da definire.
La riforma costituzionale, oltre alla separazione delle carriere, prevede anche che i CSM vengano privati del potere disciplinare. Quest’ultimo, infatti, verrebbe affidato a un nuovo organo chiamato Alta Corte Disciplinare, costituito da 15 membri: 3 nominati dal Presidente della Repubblica, 3 dal Parlamento (sempre tramite sorteggio da una lista predisposta dal Parlamento stesso) e 9 magistrati (6 giudici e 3 PM) estratti a sorte tra tutti i magistrati.
Le posizioni contrarie alla riforma sostengono che l’autogoverno e la struttura attuale della magistratura, seppur imperfetti, rimanga l’opzione migliore per garantire una reale autonomia del potere giudiziario.
I promotori della riforma sostengo anche che i magistrati eletti al Consiglio Superiore siano frutto di logiche politiche interne alle correnti. Ma cosa sono le correnti? Sono gruppi in cui i magistrati si riconoscono e si iscrivono in base alle proprie sensibilità: possono essere, ad esempio, più progressiste o più conservatrici. Sempre secondo i promotori, l’introduzione del sorteggio renderebbe la magistratura più neutra.
A questo punto è necessario riflettere se sia preferibile avere la parte togata del CSM eletta internamente e una componente laica definita da accordi parlamentari, oppure una parte togata casuale e una parte laica sorteggiata da una lista proposta dal Parlamento (e quindi espressione della maggioranza politica del momento storico).
Chi è contrario sostiene che le correnti si formerebbero anche con il sorteggio: tra i 20 magistrati estratti, infatti, la spartizione legata alle diverse sensibilità continuerebbe a esistere, seppur affidata al caso.
È innegabile che la creazione di due CSM indebolirebbe il peso della magistratura. L'asportazione del potere disciplinare, che confluirebbe nell’Alta Corte Disciplinare, esacerberebbe ulteriormente questo principio.
Infine, il metodo del sorteggio renderebbe la componente togata casuale e divisa, a fronte di una componente laica più compatta poiché derivante da un elenco concordato dalla maggioranza parlamentare (ma che tipo di maggioranza? Questo dettaglio cruciale è rimandato a una legge ordinaria successiva. È bene notare che se la maggioranza richiesta fosse semplice, sarebbe sufficiente la maggioranza parlamentare per approvare i membri della lista).
Quale che sia la vostra posizione, votate. Si ricorda che per esercitare il proprio diritto di voto è necessario portare con sé la tessera elettorale (su cui è indicato il proprio seggio) e un documento di identità valido.
Di Manuel Frugoni