Danzatrice e coreografa franco-malgascia, Soa Ratsifandrihana va alla ricerca di un vocabolario che riconnetta i figli della diaspora ai loro luoghi di origine per reinventare le proprie radici.
Fampitaha, fampita, fampitàna in malgascio significano confronto, trasmissione, rivalità: è il richiamo a una tradizione dell’800, antesignana delle moderne gare di ballo, e il recupero di una lingua dei gesti appartenente a una memoria preesistente alla colonizzazione. In scena quattro corpi – tre danzatori e un polistrumentista - emergono dal loro silenzio, offrendosi alla possibilità del linguaggio: si sfidano, si scelgono a vicenda e si purificano dagli (strati di) violenza che li costituiscono. Secondo capitolo di un dittico iniziato con il documentario
Rouge Cratère, lo spettacolo prosegue il dialogo con il proprio passato lontano, legato alle tradizioni e alle culture caraibiche di Haiti, Martinica, Guadalupa oltre che del Madagascar. Una narrazione che trova forza nella pluralità, in cui la frantumazione di queste esperienze è vibrante quanto la loro riappropriazione.