In un universo rarefatto, sospeso tra l’assurdo e il poetico, quattro figure abitano uno spazio instabile, costruito attorno a un enigma architettonico: la porta.
In scena quattro porte che non portano da nessuna parte, sedie che si ribellano al loro ruolo, carriole che diventano elementi d’arredo e ombre che bussano nel vuoto. Gli stessi è un viaggio scenico nella geometria paradossale dell’abitare; la “porta” divide, unisce, trasforma, è accesso e fuga, dentro e fuori, soglia e rifugio.
Lo spazio nasce attorno a questo varco: è lì che tutto inizia, si frattura e si ricompone. I protagonisti – identici, ripetuti, speculari – agiscono sempre insieme, mossi da una logica collettiva che si incrina quando l’unità si spezza.
Gesti quotidiani diventano rituali coreografici: la sigaretta, l’ombrello, l’equilibrio circense si trasformano in linguaggi condivisi, disturbati da oggetti che sembrano irrompere sulla scena da un altrove che non è dato conoscere.
Costruito come un universo visivo sospeso tra realismo magico e tensione surreale, lo spettacolo gioca sul contrasto tra forma e suono, simmetria e disordine, dentro e fuori. La musica disattende, le luci ingannano, le ombre raccontano quello che non si può dire.
Gli stessi nasce come un’opera corale e onirica sulla convivenza, la ripetizione, il limite.