Mercoledì 8 luglio, lo Spazio Rossellini Sala Didattica di Roma ospita Ayoub, nell'ambito del festival Sempre più fuori 2026. Il progetto si muove tra la dimensione personale e quella politica, intrecciando riflessioni su amore, morte, colonialismo e Palestina. Al centro dell'opera c'è un nome arabo — Ayoub — che diventa al tempo stesso punto di partenza narrativo e chiave tematica dell'intera costruzione drammaturgica.
L'opera nasce da un'esperienza diretta di Marina Otero, che racconta di aver intrapreso un viaggio a Tangeri con l'intenzione di trovare un uomo in situazione di vulnerabilità, sposarlo e offrirgli i propri documenti, costruendo al contempo una nuova creazione artistica a partire da questo gesto. Il progetto iniziale è però crollato con l'apparizione di Ayoub, il cui nome — tra i più diffusi nel mondo arabo — viene descritto come un destino o una preghiera. Otero definisce l'opera come un racconto che parla di lui, di sé stessa e di tutto ciò che si colloca nel mezzo, compreso ciò che vorrebbe cancellare dentro di sé. La sua prospettiva è esplicitamente quella di una donna sudaca europeizzata che si confronta con i propri riferimenti culturali occidentali.
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