Una Reporter di guerra si trova prigioniera in una stanza di hotel al Cairo, vicino al deserto. Non ha nessuna notizia di ciò che accade fuori da quella stanza.
Non sa da quanto tempo è chiusa lì dentro. Nessuno le risponde. L'unica Voce che sente è quella di Dalida. Distorta e disturbante, questa "presenza" è quasi una tortura per lei. Se all'inizio Dalida sembra essere una nemica, ben presto la Reporter si accorgerà di avere molto in comune con questa iconica artista, cercando di decifrare il senso di quello che le sta accadendo, anche attraverso le parole delle sue canzoni. Entrambe le donne hanno problemi di vista: Dalida è strabica sin da bambina, la Reporter ha perso un occhio per l'esplosione di una granata. Entrambe sono fuggite dalle loro rispettive Terre per inseguire una Vocazione profonda e totalizzante che si antepone a tutto e tutti.
Entrambe sono alla perenne ricerca di una Verità assoluta da rivelare al "pubblico", mettendo la loro vita a servizio di qualcosa di più grande, costi quel che costi.
In questo lavoro, l'intuito e la visionarietà tipiche dell'Artista e l'affamato bisogno di trasmettere la Realtà che nutre la Reporter, si fondono in un unico personaggio: una Tiresia contemporanea-donna-che riesce a vedere oltre il Vero, ma che ancora non riesce a vedere bene dentro di sé. Hotel Dalida è il no where/now here dove il personaggio di Dalida si spoglia da quella retorica propriamente amorosa a cui siamo abituate.
La sua musica e le sue parole decontestualizzate, sono messe a servizio di qualcosa di epico: un teatro di guerra, dove realtà e rappresentazione si fondono e dove mourir sur scene e morire sul campo sono paradossalmente la stessa cosa.