È il 25 luglio 1943 quando la notizia della destituzione e dell’arresto di Mussolini arriva a casa Cervi. I sette fratelli organizzano una grande festa, un banchetto collettivo per la comunità, per ritrovare un nuovo senso di identità dopo il ventennio: “il più bel funerale del fascismo”, come lo descrisse il padre Alcide. La speranza era quella della pace, ma la guerra non era ancora terminata.
I miei sette figli è una delle massime espressioni letterarie dell’epopea partigiana italiana. La vicenda di Alcide Cervi e dei suoi sette figli è quella di una famiglia contadina e partigiana che non esita a combattere con le armi i nazi-fascisti.
Sopravvissuto allo sterminio dei figli, il vecchio Alcide, ormai settantenne, torna a coltivare la terra e lascia, con la saggezza che viene dal dolore e da una grande fede nella vita, un’indimenticabile testimonianza.
In questo testo tocca il cuore l’intelligenza, l’allegria, la “virile felicità” con cui la famiglia Cervi vive dal principio alla fine la sua tragica avventura, senza vittimismo, rimpianto o compiacimento eroico.