Spesso durante le riunioni di famiglia, in quelle tra amici ma anche in quelle professionali, si raccontano aneddoti. Chi non ha mai fatto questo esercizio compiacente di memoria? La mia deformazione, che è quella di portare tutto nel teatro, mi ha imposto il dovere di trascrivere e restituire tutti questi ricordi, sotto forma di una ''rappresentazione narrativa''. Eccomi, quindi, a cavalcare il destriero dei ricordi, con il desiderio di condividere con ''Il Pubblico'' il percorso di un ragazzino, dal suo villaggio di origine in Italia fino all'uomo, plasmato dagli incontri e dagli scambi che hanno attraversato tutti i cammini di una vita. Innanzitutto, l'Italia degli anni Cinquanta, con le ferite della guerra ormai quasi dimenticate e il ritrovato gusto della normalità. Uninfanzia felice scandita dal suono delle campane della chiesa che annunciano l'inizio della scuola, le messe, i matrimoni, i battesimi, i funerali... e la fine della giornata. Il sacrestano Angiolino, campanaro e padrone assoluto del tempo; il parroco Don Giglio, difensore dei dogmi cristiani di fronte alla minaccia comunista: come Don Camillo e Peppone. Lo zio Giulio, musicista, cieco dalla nascita, che ha illuminato il mio diventare adulto; il mio interesse per quell'entità non ben definita che è il teatro; la mia famiglia, naturalmente, e tutti gli altri personaggi che popolano il mio racconto, dove il tempo e i luoghi si mescolano nell'amalgama dell'esistenza. Racconto la mia storia davanti agli ospiti, come si raccontava un tempo in una stalla riscaldata dalla presenza degli animali, felici di accogliere gli ospiti nella loro casa. Oppure come davanti al fuoco di un caminetto dove le parole volano via come le mille scintille sprigionate dalle fiamme. O come si parla intorno al tavolo della cucina, accanto alla pentola dove cuoce il pasto della sera. E visto che si parla di pasti, mi prenderò il tempo, tra una parola e l'altra, di cucinare un risotto che condivideremo durante lo spettacolo