Davide Enia racconta di non avere alcun ricordo del 23 maggio 1992, giorno della strage di Capaci. Un vuoto che attribuisce a una rimozione emotiva profonda, segno di una nevrosi diffusa in Sicilia nel rapporto con Cosa Nostra. La mafia, prima delle stragi, è stata spesso minimizzata o mitizzata, mai affrontata davvero.
Questo ha portato a una sua introiezione inconscia nella vita quotidiana, familiare, nei comportamenti e nel linguaggio, dove l’omertà si radica nella cultura.
La mafia diventa uno specchio deformante della società, e comprenderla richiede un processo di autoanalisi: non capire solo “la mafia in sé”, ma “la mafia in me”.
Enia racconta di aver vissuto a stretto contatto con le vittime della mafia: Borsellino era suo vicino, Puglisi il suo professore. Ogni palermitano ha pochi gradi di separazione dalla mafia e vive con una costante sensazione di pericolo.