Magazine, 09/10/2025.
9 ottobre 1963, ore 22:39: una parte del Monte Toc, nei pressi della località di Erto e Casso, in provincia di Pordenone, si sbriciola, finendo nelle acque della diga del Vajont, provocando un'onda che sposta circa 50 milioni di metri cubi di acqua distruggendo le località di Longarone, immediatamente a valle, oltre che Pirago, Maè, Villanova e Rivalta, Frasèin, Col delle Spesse, Il Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana, San Martino, Faè e la parte bassa di Erto.
Ancora più forte di quella formata dalle acque della diga, fu l'onda d'urto provocata dall'aria spostata dalla frana, con una capacità distruttiva inimmaginabile. Quella maledetta notte, acqua e aria si unirono e crebbero in potenza a tal punto da superare di una volta e mezzo la forza della bomba atomica che rase al suolo Hiroshima e Nagasaki.
Le vittime furono quasi duemila, di cui moltissimi bambini, perchè Erto e Casso erano luoghi di emigrazione: molti genitori lasciavano infatti i loro piccoli a casa coi nonni, mentre loro lavoravano nei dintorni oppure nalla più moderna Pordenone. La diga, che si può considerare una sorta di capolavoro di ingegneria, visto che ha resistito a quella bomba devastante ed è ancora lì, incastrata tra le rocce e ben visibile sia da Longarone, sia da Erto e Casso. Ora è diventata un luogo della memoria, un simbolo e un perenne monito che ci deve ricordare quali e quanti sono i danni che potere, sete di denaro e mancanza di rispetto verso la Natura e territorio possono provocare.
La diga del Vajont è un luogo aperto al pubblico, in cui si organizzano visite guidate e che vale la pena di vedere. È possibile effettuare la visita guidata di cinquanta minuti, che parte dalla chiesetta che ricorda le vittime di questa tragedia e che si snoda sulla lunga passerella in acciaio che corre lungo il coronamento della diga. Esistono anche altri due tipi di visita, di due o tre ore, sempre accompagnati da una guida che, oltre al coronamento, si estendono ad altre zone. La prima comprende la visita all'ex cantiere, mentre la seconda, più lunga, include anche un sopralluogo alla frana e al bosco vecchio. Tutte le visite non presentano difficoltà, a meno che non si soffra particolarmente di vertigini (la camminata sul coronamento si svolge comunque in totale sicurezza, senza nessun tipo di esposizione e protetti da una solida ingabbiatura di metallo.

Proprio mentre si cammina sul coronamento della diga ci si può rendere conto della magnitudo della frana che ha coperto di terra e detriti il bacino artificiale formato a seguito della costruzione di questa opera in cemento armato, costruita su un progetto dell'ingenere Carlo Semenza a partire dal 1958 per conto della SADE, Società Adriatica Di Elettricità. L'Italia era appena uscita dalla Seconda Guerra Mondiale e il settore industriale aveva bisogno di un'enorme spinta per ricostruire un paese particamente distrutto. Tuttavia, la foga della ripresa, non tenne conto del fatto che il Monte Toc presentava da subito caratteristiche inadatte ad ospitare questa opera gigantesca, perché da sempre soggetto a frane e smottamenti, dapprima millimetrici, che poi però assunsero una potenza ancora maggiore di una bomba atomica.
Le visite guidate subiscono un'interruzione dal mese di novembre, per cause legate all'arrivo della stagione più fredda, ma riprendono poi dalla primavera. Tutte le informazioni sui percorsi e sulle prenotazioni sono disponibili sul sito parcodolomitifirulane.it.
Per avere una visione completa di ciò che successe, vale la pena anche recarsi al Centro Visite di Erto e Casso, ad una manciata di chilometri dalla diga. In questo piccolo polo museale è allestita in maniera permanente una mostra che racconta le conseguenze della tragedia su questa località, un tempo lambita dal bacino artificiale, attraverso testimonianze fotografiche, pannelli, video installazioni e reperti di vita quotidiana come utensili e oggetti personali rinvenuti dopo la piena. Da menzionare la sezione dedicata al processo ai responsabili, che si concluse solo negli anni Duemila, con un risarcimento irrisorio alle famiglie delle vittime. Per chi ha già effettuato la visita alla diga, qui è prevista una riduzione sul biglietto d'ingresso. Tutte le informazioni si possono trovare sul sito del parcodolomitifiurlane.
Sempre in tema di musei, anche nella nuova Longarone, località a valle della diga che fu completamente distrutta dalla piena, ospita in museo in cui la mostra permanente Attimi di Storia è visitabile tutto l'anno. Anche in questo caso, viene ripercorsa attraverso testimonianze fotografiche, il prima e dopo tragedia, dalla costruzione della diga, alla piena, fino alla ricostruzione.
La zona del parco delle dolomiti friulane, ovviamente, non è solo il Vajont, ma una visita a questi luoghi, è un doveroso tributo alle vittime e un'occasione per ricordare e ragionare sulle conseguenze delle azioni umane, nei confronti dei propri simili e della Natura.
Di Paola Popa