Pirandello non è un autore da tempi di pace, ma di guerra: solo il conflitto crea le condizioni per comprenderne la tragica disintegrazione dell’io. In tempi pacifici lo si è spesso imprigionato nelle incrostazioni filosofiche del “pirandellismo” (“vita contro forma”), riducendo il teatro ad astrazione. Per restituirgli verità ed effervescenza fantastica, occorre liberarlo da queste etichette concettuali — come suggeriva Leonardo Sciascia — e riscoprirne le passioni viscerali. I suoi protagonisti non sono lucidi pensatori, ma uomini spinti da mosse d’anima. Nel Berretto a sonagli, il personaggio di Ciampa incarna questa tragica umanità “arciviva”: nato dalla semplicità e da un’ironia feroce, l’umile scrivano viene travolto dall’umiliazione fino a precipitare in un’esaltazione lirica. Difendendosi con parole strazianti, Ciampa fa oscillare costantemente lo spettatore tra il riso e l’angoscia, dimostrando come il teatro di Pirandello
sia pura azione parlata e non freddo ragionamento.