Lo spettacolo racconta la storia di Valeria e di suo figlio Youssef, del loro amore incondizionato e della fede nell’Islam. Valeria non è nata musulmana, si è convertita per amore di un uomo, l’ha fatto con convinzione e determinazione, educando i suoi figli a quella fede. L’adesione all’Islam di questa donna è un’evoluzione della sua personale ricerca di senso, di totalità, iniziata ancor prima di sposarsi, ai tempi dell’esperienza del Terzo teatro, movimento di ricerca e studio sul lavoro dell’attore affermatosi nella seconda metà del Novecento intorno al manifesto di Eugenio Barba del 1976.
Youssef ora ha vent’anni e anche lui è in cerca della stessa totalità, di una pienezza di significati: ha sete di giustizia sociale e pretende per sé e per il mondo una dimensione sacra.
Madre e figlio si confrontano. Il dialogo tra i due è serrato, i pensieri sono profondi, le domande del giovane sono dense di aspettative che provengono dall’influenza di nuovi maestri: i propagandisti del mondo musulmano radicalizzato.
Al centro dello spettacolo c’è il tentativo di una madre di comprendere e arginare la deriva radicale del figlio. Ma le ragioni della ricerca e del bisogno di senso di un ragazzo di vent’anni, oltre che un’intensa riflessione sulle manipolazioni di un sistema di potere che usa il sacro per affermare se stesso.
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