Artista, coreografa e ballerina, la cui pratica spazia tra video, scultura e performance, Cecilia Bengolea (Buenos Aires, 1979) ricorre spesso alla danza come mezzo attraverso cui stimolare empatia e incoraggiare lo scambio emotivo. Nella sua recente ricerca condotta presso il Linificio e Canapificio Nazionale di Villa d’Almè, Bengolea collega l’epoca della Rivoluzione Industriale alla pratica delle Free Dances, danze libere ideate da coreografi noti e meno noti tra le due guerre mondiali, a cui lei spesso ricorre. Quella elaborata dall’artista argentina è una riflessione sull’alienazione contemporanea. Il risultato è una performance appositamente ideata per Pensare come una montagna e per gli spazi dell’ex roccatura dello stabilimento.

L’osservazione dei movimenti rotatori e meccanici dei macchinari impiegati nei reparti per la filatura della canapa e del lino e quelli ripetitivi del lavoro manuale svolto dagli operai, ha costituito la fonte di ispirazione per la coreografia di Spin and Break Free, performance in programma il 7 giugno. In particolare, i sei giovani ballerini e ballerine della scuola Danzarea di Mozzo (Bergamo) coinvolti da Bengolea - Francesca Carobbio, Martina Galluzzi, Alessia Morganti, Francesca Opini, Umberto Rota, Virginia Gotti - sono stati invitati a lavorare sul movimento rotatorio e ripetitivo, lo spinning, che reiterando una singola azione attiva uno stato mentale meditativo, generativo e potenzialmente liberatorio. La condizione indotta dalla rotazione ripetitiva del corpo dei performer, infatti, è in grado di attivare energie che possono tradursi in movimenti carichi di spontaneità e vitalità, capaci di interrompere la ripetitività meccanica e lasciare spazio all’improvvisazione. A questi movimenti si affiancano alcuni repertori tratti dalle Free Dances degli anni Trenta. In particolare, l’artista ha lavorato con i danzatori rifacendosi agli insegnamenti di François Malkovsky, secondo cui era necessario riscoprire il movimento umano naturale. Il ballerino e coreografo francese, fra i pionieri della Scuola di Danza Libera di Parigi, si ispirava ai movimenti degli elementi naturali o ai gesti dei bambini per la ricerca del movimento giusto, laddove gravità, fluidità del gesto, respirazione, slancio, economia degli sforzi, ne costituivano la nervatura.
© Nicola Gnesi
Dal 7 giugno al 14 settembre 2025 a Dossena, nel comprensorio minerario più antico della Val Brembana da cui per secoli sono stati estratti materiale ferroso e fluorite, l’artista tedesco Julius von Bismarck (Breisach am Rhein, 1983) realizza il suo quinto landscape painting: un dipinto del e nel paesaggio, in cui il gesto pittorico dissolve il confine tra il soggetto ritratto e il supporto su cui è realizzato. Per il suo intervento Landscape Painting (Mine) l’artista si ispira all’estetica delle incisioni e degli studi di paesaggio che hanno caratterizzato la ricerca di molti protagonisti della storia dell’arte, da Albrecht Dürer a Caspar David Friedrich, da Paul Cézanne a Paul Klee. In particolare, i riferimenti principali di von Bismarck sono le vedute italiane, le xilografie e le incisioni su rame dei secoli XVIII e XIX, che dovevano rappresentare i paesaggi nel modo più realistico possibile. Con un approccio diametralmente opposto, l’artista interviene sulle pareti di roccia all’interno della miniera creando un trompe-l’œil rovesciato: invece di rendere la tridimensionalità attraverso trucchi prospettici, dipinge linee e tratteggi - tipici delle tecniche incisorie del passato - che trasformano lo scorcio della cava in un’immagine bidimensionale. Un’intera porzione della prima galleria della miniera, selezionata per le sue qualità prospettiche e per la scala monumentale, è semplificata in un paesaggio interamente in bianco e nero, la cui tridimensionalità può essere ricostruita nell’immaginazione dei visitatori.
Von Bismarck, contrariamente alle incisioni che circolavano mezzo stampa tra il XVIII e XIX secolo, non è interessato a ritrarre la grandiosità del paesaggio, ma a entrarvi fisicamente affrontandone l’imponenza, in un’azione che è insieme misurazione, lotta, conquista e trasformazione. Il segno pittorico, applicato direttamente sulla roccia, diviene così un intervento monumentale che, seppur transitorio, marchia efficacemente l’ambiente: l’immagine pittorica si dissolverà lentamente nel corso degli anni attraverso l’azione degli agenti atmosferici. In questo processo, in cui la montagna si dissolve nelle linee nere su fondo bianco del disegno, l’artista decostruisce la storia della pittura di paesaggio con l’intento di esporne le contraddizioni, mostrando come la rappresentazione della natura sia sempre stata filtrata da idealizzazioni e prospettive antropocentriche.
Rifacendosi in particolare alle immagini stampate su quotidiani e riviste, circolate per decenni in tutta Europa fra i secoli XVIII e XIX, e provenienti da esploratori delle terre d’oltremare, in particolare dall’Africa e dall’India, che enfatizzavano l’aspetto selvaggio dei paesaggi attraversati, l’artista intende problematizzare il ruolo che i media hanno avuto nel diffondere l’idea di una natura incontaminata pronta per essere conquistata dai viaggiatori prima e dai colonizzatori poi. Un’idea per certi versi viva ancora oggi nell’immaginario promosso dal turismo di massa. Se le miniere sono state per lungo tempo un soggetto tipico della produzione artistica, l’intervento di von Bismarck a Dossena interroga la presunta neutralità del paesaggio per far emergere la sua relazione con la presenza umana che inevitabilmente segna, talvolta in modo irreversibile, l’ambiente. Alcuni elementi visibili e inglobati nel Landscape Painting (Mine), come la scala e alcuni oggetti impiegati in passato dai minatori, costituiscono un’incursione necessaria per incrinare l’idea di natura come qualcosa di altro da sé e per ricollocare l’essere umano all’interno di essa. Il suo intervento intensifica quindi la riflessione sulla relazione fra l’umano e la natura, concepita in definitiva non come un’entità pre-umana e altra, ma come un costrutto culturale che si modifica nel corso della storia.
Concepito in stretta relazione con il paesaggio minerario di Dossena, l’intervento di von Bismarck - per la cui esecuzione l’artista si è avvalso della collaborazione di Nikita Popescu, Natasha Rivellini e Nicola Zanni - si propone di attivare nuovi sguardi su un patrimonio geologico di straordinaria rilevanza, rafforzandone la visibilità e la fruizione pubblica. Un intervento che intende restituire alla comunità, innanzitutto, e agli stessi visitatori, un’occasione di conoscenza e appartenenza a un luogo affascinante e ricco di storia e di storie individuali e comunitarie.
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