Seasons, mostra diffusa di Maurizio Cattelan - Il Biennale delle Orobie: Pensare come una montagna

Un evento imperdibile a Bergamo
da sabato07giugno2025
a lunedì27ottobre2025

Luogo non disponibile
DA Sabato07Giugno2025
A Lunedì27Ottobre2025
Evento terminato

Dal 7 giugno al 27 ottobre 2025 la Gamec (Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea) di Bergamo presenta il quarto ciclo del programma Il Biennale delle Orobie: Pensare come una montagna, che coinvolge le comunità del territorio grazie alla partecipazione di artiste e artisti internazionali.

Per l'occasione a Bergamo, tra Città Alta e Città Bassa, viene presentata Seasons, la mostra diffusa che Maurizio Cattelan ha ideato appositamente per questa occasione, con cinque lavori esposti in un percorso che si snoda in quattro sedi. Il Linificio e Canapificio Nazionale di Villa d’Almè ospita la performance Spin and Break Free di Cecilia Bengolea, mentre nei comuni di Dossena e Roncobello vengono presentati i lavori di Julius von Bismarck e Francesco Pedrini. In contemporanea, lo Spazio Zero della Gamec ospita la mostra di Ex. (Andrea Cassi e Michele Versaci), che anticipa la realizzazione del nuovo Bivacco Aldo Frattini sulle Alpi Orobie, immaginato come una sede esterna della Gamec in alta quota.

La mostra Seasons di Maurizio Cattelan (Padova, 1960) si sviluppa come un percorso visivo nella città di Bergamo che stimola una riflessione sulla ciclicità della vita e della storia, sulle generazioni, sull’ascesa e sulla caduta dei valori e sulle trasformazioni dell’individuo e della società. Il titolo della mostra è un chiaro riferimento alle stagioni, simboli universali di passaggio e rinnovamento: un invito a riflettere sul divenire del tempo, ma anche un’esortazione a vivere la realtà nella sua complessità e drammaticità attraverso l’arte, che non si limita a rappresentare il mondo, ma lo interpreta, lo problematizza e lo trasforma. Il percorso espositivo si snoda in quattro sedi e presenta al pubblico cinque lavori: Palazzo della Ragione, in piazza Vecchia, accoglie November (2024); alla Gamec, in via San Tomaso, sono esposte Empire (2025), e No (2021); la scultura Bones (2025) è allestita nel vicino Ex Oratorio di San Lupo, mentre One (2025) - installazione site-specific prodotta in collaborazione con il Comune di Bergamo - si erge nella storica Rotonda dei Mille, nel cuore di Bergamo Bassa.


© Lorenzo Palmieri

Nella Sala delle Capriate del Palazzo della Ragione, dal 2018 sede estiva della Gamec nel cuore di Bergamo Alta, è allestita l’opera November (2024): una scultura che stimola una riflessione sul rapporto con la marginalità, la giustizia, la decadenza, ma anche sul senso di libertà che, talvolta, i più deboli e vulnerabili possono incarnare. Realizzata in marmo statuario Michelangelo, la scultura raffigura un senzatetto sdraiato su una panchina, con i pantaloni slacciati, in un momento di estrema vulnerabilità. L’uomo si sta urinando addosso, come testimonia la presenza di acqua sul pavimento, un dettaglio che non solo amplifica la dimensione di realismo della scultura, ma accentua anche la sensazione di disagio, di distanza dalle norme socialmente condivise, di estraneità. L’urina diventa allora la traccia di un’esistenza, di un corpo che continua a vivere seppure, almeno apparentemente, nella sua dimensione più fisica, insinuando l’idea che il gesto compiuto dall’uomo possa potenzialmente costituire un atto di affermazione di sé. Il volto dell’homeless è quello di Lucio, amico e storico collaboratore di Maurizio Cattelan; un omaggio che introduce nell’opera una dimensione intima, mettendo in luce il legame tra l’artista e il suo soggetto, ma anche il tema universale della marginalità sociale. La scelta di collocare l’opera all’interno del Palazzo della Ragione di Bergamo è significativa: la grande Sala delle Capriate, che in passato ospitava le assemblee cittadine medievali per poi divenire in seguito un tribunale sotto la Repubblica di Venezia, porta con sé il peso della giustizia, ma anche della sua assenza, della discriminazione e dell’ingiustizia. Il cortocircuito che inevitabilmente si crea interroga il nostro rapporto con le strutture di potere, le leggi e i valori che determinano chi ha diritto di stare nella società e chi viene relegato ai margini perché ritenuto non conforme.


© Lorenzo Palmieri

Nell'opera Bones (2025) a giocare un ruolo significativo nel percorso è l’immagine dell’aquila - animale simbolo della montagna e della natura incontaminata - divenuta, sino dall’antichità, espressione di potere, dominio e brama espansionistica. Allestita nell’Ex Oratorio di San Lupo grazie alla collaborazione con Fondazione e Museo Diocesano Adriano Bernareggi, Bones  sfida questa tradizione simbolica, presentando l’aquila nella sua forma più pura e vulnerabile: il suo corpo giace a terra con le ali spiegate, come un’icona di sconfitta, un emblema di potenza, sovranità e autorità, evocando la crisi dei valori imperiali e la rottura di un legame con i ritmi della natura. Il materiale nobile con cui è prodotta, il marmo statuario Michelangelo, utilizzato da secoli per celebrare trionfi e immortali virtù, viene ora impiegato per cristallizzare un momento di caduta, rendendolo eterno e quindi ineludibile. Il lavoro è stato ispirato dalla visione dell’aquila commissionata nel 1939 dalla Dalmine - al tempo acciaieria di Stato - allo scultore Giannino Castiglioni per la decorazione del ceppo commemorativo del discorso tenuto da Benito Mussolini nel 1919 agli operai dell’azienda in sciopero creativo, evento che avrebbe dato origine alla costituzione dei Fasci di combattimento. Dopo la guerra l’aquila fu trasferita nel giardino della colonia estiva dell’azienda a Castione della Presolana, in Val Seriana, ai piedi della montagna più iconica delle Orobie. Perso il riferimento al regime, nel nuovo contesto l’aquila si era trovata a rappresentare i più alti valori della natura selvaggia e della libertà. Con la chiusura della Colonia l’aquila è tornata nei depositi della Dalmine SpA.
La scelta del luogo espositivo non è neutra: un tempo sede cimiteriale, l’Oratorio di San Lupo è da secoli uno spazio di liminalità: fra vita e morte, fra pubblico e segreto, fra devozione e oblio. Il titolo dell’opera, Bones, ossa in italiano, amplifica la tensione tra apparenza e significato: le ossa rimandano alla morte, alla decomposizione, ma sono anche ciò che dà struttura, sostegno. In questo senso, l’aquila non è solo abbattuta: è anche smascherata. È ridotta alla sua verità ultima, liberata dal peso delle ideologie.


© Lorenzo Palmieri

Empire (2025), prodotto per la mostra Seasons da Maurizio Cattelan e presentato alla Gamec, riflette su un potere che non si concretizza mai ed esplora la tensione tra l’ambizione di costruire e conquistare e l’impossibilità di agire in un contesto che limita ogni azione. Un mattone di terracotta su cui è incisa la parola Empire - che richiama immediatamente l’idea di potere, dominio e costruzione di strutture - è intrappolato in una bottiglia di vetro, a suggerire un potenziale atto di ribellione che non riesce a prendere forma, un desiderio di rottura che non si compie, una rivoluzione senza esito.  L’accostamento tra la solidità del mattone - simbolo di forza e potere - e la fragilità del vetro - simbolo di trasparenza ma anche di contenimento - genera un contrasto profondo. L’impero evocato è uno spazio mentale o politico che non si realizza, una costruzione che resta sogno o minaccia mai concretizzata. La scultura gioca anche su un altro livello interpretativo: quello del messaggio nella bottiglia, di un segnale lanciato verso un futuro incerto. Sebbene potenzialmente potente, il messaggio rimane isolato, protetto ma inaccessibile, simbolo di un’incompiuta comunicazione, di una storia che non verrà mai raccontata o che rimarrà sconosciuta.Il lavoro mette così in scena un conflitto tra forza e fragilità, tra volontà e limite, in una riflessione sul fallimento delle utopie e sull’inazione che paralizza.


© Lorenzo Palmieri

No (2021), il terzo lavoro di Cattelan esposto nelle sale del Gamec, nasce dalla rielaborazione dell’iconica scultura Him (2001), in cui Maurizio Cattelan rappresentava Adolf Hitler inginocchiato in preghiera, con il volto rivolto verso l’alto in un gesto ambiguo, tra supplica e finzione. La figura, modellata con fattezze infantili, evoca a prima vista l’immagine innocente di un bambino, generando un cortocircuito visivo ed emotivo nel momento in cui lo spettatore riconosce l’identità del soggetto. La scelta di coprire il volto - scaturita da una richiesta di censura in occasione di una mostra in Cina - è ambigua: è al tempo stesso una forma di punizione e di protezione. Protezione dello spettatore dal trauma, ma anche del soggetto dal giudizio. Così, No interrompe il circuito del riconoscimento visivo, negando al volto la possibilità di diventare icona. L’occultamento diviene il fulcro dell’opera: il sacchetto non è solo un atto di censura, ma un dispositivo che sposta il focus su ciò che non si mostra, che diventa più inquietante di ciò che si vede.


© Lorenzo Palmieri

L’ultimo lavoro in mostra è One (2025), un’installazione ideata da Maurizio Cattelan per la Rotonda dei Mille, uno dei luoghi più noti di Bergamo Bassa. Sulle spalle di Garibaldi Cattelan posiziona un bambino che, con le dita della mano destra, mima una pistola: un gesto ambiguo che oscilla tra il gioco infantile e un accenno di affermazione, resistenza o potenziale ribellione, ma che può anche essere letto anche come un tentativo di interrogare le responsabilità delle nuove generazioni di fronte alla memoria e alle contraddizioni della storiaIn equilibrio tra leggerezza e tensione, One apre a una doppia prospettiva: pubblica e personale. Da un lato, è un intervento che stimola un confronto con il passato nazionale; dall’altro, racconta la relazione tra generazioni. Chi è questo Uno evocato dal titolo? Un nipote che gioca sulle spalle del nonno? Un piccolo vandalo? Un ribelle? Ci si riferisce all’individualità del singolo o a una forza collettiva unitaria, come i Mille guidati da Garibaldi? È dunque un nuovo simbolo di unità? O una nuova generazione che si fa gioco di vecchi valori?  In questo contesto, Cattelan sembra suggerire quanto sia importante non dimenticare la storia, ma ancora di più saperla rileggere e interpretare. La figura di Garibaldi, centrale nel Risorgimento e nell’immaginario italiano, è stata oggetto di numerose riletture critiche. One cerca di ricontestualizzare il monumento, proponendo una riflessione aperta su cosa significhi oggi essere eredi di valori e ideologie che hanno costruito una nazione, e invita a riflettere su quale tipo di unità sia ancora possibile. Una coesistenza fatta di differenze, memoria critica e possibilità nuove. In questo senso, l’opera è insieme monumento e contro-monumento, gesto di continuità e atto di scarto. 

Completa l’esposizione diffusa di Maurizio Cattelan una campagna di comunicazione che, insieme a una serie di affissioni stradali, coinvolge anche il Kilometro Rosso di Bergamo, per il quale l’artista ha immaginato una declinazione speciale - site-specific - dell’identità visiva del progetto, appositamente pensata per i portali del celebre muro rosso progettato da Jean Nouvel. 

Artista, coreografa e ballerina, la cui pratica spazia tra video, scultura e performance, Cecilia Bengolea (Buenos Aires, 1979) ricorre spesso alla danza come mezzo attraverso cui stimolare empatia e incoraggiare lo scambio emotivo. Nella sua recente ricerca condotta presso il Linificio e Canapificio Nazionale di Villa d’Almè, Bengolea collega l’epoca della Rivoluzione Industriale alla pratica delle Free Dances, danze libere ideate da coreografi noti e meno noti tra le due guerre mondiali, a cui lei spesso ricorre. Quella elaborata dall’artista argentina è una riflessione sull’alienazione contemporanea. Il risultato è una performance appositamente ideata per Pensare come una montagna e per gli spazi dell’ex roccatura dello stabilimento.

L’osservazione dei movimenti rotatori e meccanici dei macchinari impiegati nei reparti per la filatura della canapa e del lino e quelli ripetitivi del lavoro manuale svolto dagli operai, ha costituito la fonte di ispirazione per la coreografia di Spin and Break Free, performance in programma il 7 giugno. In particolare, i sei giovani ballerini e ballerine della scuola Danzarea di Mozzo (Bergamo) coinvolti da Bengolea - Francesca Carobbio, Martina Galluzzi, Alessia Morganti, Francesca Opini, Umberto Rota, Virginia Gotti - sono stati invitati a lavorare sul movimento rotatorio e ripetitivo, lo spinning, che reiterando una singola azione attiva uno stato mentale meditativo, generativo e potenzialmente liberatorio. La condizione indotta dalla rotazione ripetitiva del corpo dei performer, infatti, è in grado di attivare energie che possono tradursi in movimenti carichi di spontaneità e vitalità, capaci di interrompere la ripetitività meccanica e lasciare spazio all’improvvisazione. A questi movimenti si affiancano alcuni repertori tratti dalle Free Dances degli anni Trenta. In particolare, l’artista ha lavorato con i danzatori rifacendosi agli insegnamenti di François Malkovsky, secondo cui era necessario riscoprire il movimento umano naturale. Il ballerino e coreografo francese, fra i pionieri della Scuola di Danza Libera di Parigi, si ispirava ai movimenti degli elementi naturali o ai gesti dei bambini per la ricerca del movimento giusto, laddove gravità, fluidità del gesto, respirazione, slancio, economia degli sforzi, ne costituivano la nervatura.


© Nicola Gnesi

Dal 7 giugno al 14 settembre 2025 a Dossena, nel comprensorio minerario più antico della Val Brembana da cui per secoli sono stati estratti materiale ferroso e fluorite, l’artista tedesco Julius von Bismarck (Breisach am Rhein, 1983) realizza il suo quinto landscape painting: un dipinto del e nel paesaggio, in cui il gesto pittorico dissolve il confine tra il soggetto ritratto e il supporto su cui è realizzato. Per il suo intervento Landscape Painting (Mine) l’artista si ispira all’estetica delle incisioni e degli studi di paesaggio che hanno caratterizzato la ricerca di molti protagonisti della storia dell’arte, da Albrecht Dürer a Caspar David Friedrich, da Paul Cézanne a Paul Klee. In particolare, i riferimenti principali di von Bismarck sono le vedute italiane, le xilografie e le incisioni su rame dei secoli XVIII e XIX, che dovevano rappresentare i paesaggi nel modo più realistico possibile. Con un approccio diametralmente opposto, l’artista interviene sulle pareti di roccia all’interno della miniera creando un trompe-l’œil rovesciato: invece di rendere la tridimensionalità attraverso trucchi prospettici, dipinge linee e tratteggi - tipici delle tecniche incisorie del passato - che trasformano lo scorcio della cava in un’immagine bidimensionale. Un’intera porzione della prima galleria della miniera, selezionata per le sue qualità prospettiche e per la scala monumentale, è semplificata in un paesaggio interamente in bianco e nero, la cui tridimensionalità può essere ricostruita nell’immaginazione dei visitatori.

Von Bismarck, contrariamente alle incisioni che circolavano mezzo stampa tra il XVIII e XIX secolo, non è interessato a ritrarre la grandiosità del paesaggio, ma a entrarvi fisicamente affrontandone l’imponenza, in un’azione che è insieme misurazione, lotta, conquista e trasformazione. Il segno pittorico, applicato direttamente sulla roccia, diviene così un intervento monumentale che, seppur transitorio, marchia efficacemente l’ambiente: l’immagine pittorica si dissolverà lentamente nel corso degli anni attraverso l’azione degli agenti atmosferici. In questo processo, in cui la montagna si dissolve nelle linee nere su fondo bianco del disegno, l’artista decostruisce la storia della pittura di paesaggio con l’intento di esporne le contraddizioni, mostrando come la rappresentazione della natura sia sempre stata filtrata da idealizzazioni e prospettive antropocentriche.

Rifacendosi in particolare alle immagini stampate su quotidiani e riviste, circolate per decenni in tutta Europa fra i secoli XVIII e XIX, e provenienti da esploratori delle terre d’oltremare, in particolare dall’Africa e dall’India, che enfatizzavano l’aspetto selvaggio dei paesaggi attraversati, l’artista intende problematizzare il ruolo che i media hanno avuto nel diffondere l’idea di una natura incontaminata pronta per essere conquistata dai viaggiatori prima e dai colonizzatori poi. Un’idea per certi versi viva ancora oggi nell’immaginario promosso dal turismo di massa. Se le miniere sono state per lungo tempo un soggetto tipico della produzione artistica, l’intervento di von Bismarck a Dossena interroga la presunta neutralità del paesaggio per far emergere la sua relazione con la presenza umana che inevitabilmente segna, talvolta in modo irreversibile, l’ambiente. Alcuni elementi visibili e inglobati nel Landscape Painting (Mine), come la scala e alcuni oggetti impiegati in passato dai minatori, costituiscono un’incursione necessaria per incrinare l’idea di natura come qualcosa di altro da sé e per ricollocare l’essere umano all’interno di essa. Il suo intervento intensifica quindi la riflessione sulla relazione fra l’umano e la natura, concepita in definitiva non come un’entità pre-umana e altra, ma come un costrutto culturale che si modifica nel corso della storia.

Concepito in stretta relazione con il paesaggio minerario di Dossena, l’intervento di von Bismarck - per la cui esecuzione l’artista si è avvalso della collaborazione di Nikita Popescu, Natasha Rivellini e Nicola Zanni - si propone di attivare nuovi sguardi su un patrimonio geologico di straordinaria rilevanza, rafforzandone la visibilità e la fruizione pubblica. Un intervento che intende restituire alla comunità, innanzitutto, e agli stessi visitatori, un’occasione di conoscenza e appartenenza a un luogo affascinante e ricco di storia e di storie individuali e comunitarie.

Il progetto Magnitudo di Francesco Pedrini (Bergamo, 1973) per la comunità di Roncobello prevede invece la realizzazione di un nuovo punto di osservazione della volta celeste al Passo del Vendulo. La scelta del luogo è stata determinata da una combinazione di elementi storici e fortuiti: l’Alta Valle Brembana è un sito di grande interesse archeo-astronomico, e il Passo del Vendulo è un crocevia di sentieri, tra cui quello che conduce alla Porta delle Cornacchie. Qui, in un’area in cui è stato necessario rimuovere gli abeti rossi colpiti dal bostrico - un insetto che attacca specialmente questo tipo di piante, nutrendosi della parte interna del tronco - si è andato a creare uno spazio congeniale per ospitare un nuovo osservatorio poetico del cielo, come lo definisce l’artista.

Il lavoro di Pedrini nasce proprio da una riflessione sulla trasformazione dell’ecosistema boschivo, dovuta al cambiamento climatico e alla diffusione di monocolture di abeti rossi che hanno favorito la proliferazione del bostrico, che sta distruggendo ampie aree forestali. Ispirato al Jantar Mantar di Jaipur, un celebre sito astronomico indiano, Magnitudo avrà funzioni semplici ma suggestive, e sarà composto da tre installazioni che non hanno solo una valenza estetica, ma sono veri e propri strumenti di osservazione: Posa è un’area pianeggiante, livellata con assi di legno, che funziona come una meridiana orizzontale e che prenderà vita nel corso del prossimo anno grazie alla partecipazione della comunità. Fino al 7 maggio 2026, ogni mese, persone diverse sono invitate a portare un piccolo sasso da incastonare nel punto segnato dall’ombra della meridiana. Un gesto semplice, ma carico di significato, che si ripeterà fino a quando i dodici sassi andranno a tracciare un analemma solare, figura geometrica che richiama il simbolo dell’infinito. Un segno tangibile di appartenenza, memoria e condivisione; un'opera viva, generata dalla comunità e restituita ad essa come simbolo permanente di un tempo vissuto insieme.


© Nicola Gnesi

Le altre due opere sono realizzate in legno di larice, tipico della zona e resistente alle intemperie: Polaris è un tronco inclinato di circa 42 gradi - come la latitudine al Passo del Vendulo - che guida l’osservatore verso la Stella Polare, da sempre punto di riferimento per esploratori e scienziati. Un’opera che simboleggia la stabilità e la guida, e che invita a riflettere sulla nostra origine e sull’infinito. In Aerofono l’albero si trasforma in una struttura cava che raccoglie i suoni del cielo, offrendo un’esperienza di ascolto immersiva. La superficie del tronco è solcata da linee che, pur richiamando i segni lasciati dal bostrico, traggono in realtà ispirazione dal percorso sinuoso del fiume Valsecca nella valle, dalle Baite di Mezzeno fino a Bordogna.

Nell’estate del 2025 la Gamec di Bergamo presenta un progetto speciale frutto della collaborazione con la sezione di Bergamo del Club Alpino Italiano: Ex., laboratorio di progettazione nato dal lavoro di Andrea Cassi e Michele Versaci, si occuperà della ricostruzione dello storico Bivacco Aldo Frattini a Valbondione, situato a circa 2300 metri lungo la Alta Via delle Orobie Bergamasche in Valle Seriana. Immaginata come una sede della Gamec in alta quota, la nuova struttura non accoglierà mostre o eventi, ma per la sua posizione e per la sua forma in relazione alla funzione primaria di luogo di sosta e protezione, sempre aperto, costituirà un’esperienza estetica unica.

Il nuovo bivacco Aldo Frattini, il cui design richiama una tenda alpina, simbolo delle prime spedizioni e delle imprese in alta quota, è concepito per un impatto ambientale minimo e una reversibilità che riduce il consumo di suolo, massimizzando gli spazi. La nuova struttura continuerà a essere un rifugio sicuro e confortevole per escursionisti e alpinisti, garantendo protezione dalle intemperie, isolamento termico e funzionalità essenziali. La particolarità del nuovo bivacco sarà quella di poter fungere da base per attività di monitoraggio ambientale e ricerca scientifica, contribuendo alla conoscenza e alla protezione degli ecosistemi montani. Grazie all’utilizzo di nuove tecnologie, la Gamec sarà il punto in cui confluiranno costantemente i dati raccolti.

Il percorso di avvicinamento all’apertura del nuovo Frattini sarà arricchito da una serie di appuntamenti, e dal 7 giugno al 14 settembre 2025, nello Spazio Zero della Gamec a Bergamo, viene presentato il progetto espositivo Mountain Forgets You. Attraverso materiali di ricerca, tra cui documenti, disegni e bozzetti, selezionati da Ex. con Luca Gibello, Francesca Chiorino e Matteo de Bellis, e il progetto grafico di Studio Folder, la mostra illustra il processo ideativo che ha condotto allo sviluppo del nuovo Bivacco Aldo Frattini, a partire dalla definizione dei principi progettuali della nuova costruzione, sino a contestualizzare il bivacco in un più ampio processo di evoluzione tipologica e tecnologica delle architetture in alta quota. A questa prospettiva storico-documentaria si affianca uno sguardo più contemporaneo, con la presentazione dell’installazione Thermocene (2025), una sinfonia visiva e sonora creata da Giorgio Ferrero e Rodolfo Mongitore (Mybosswas) ed Ex.: immersi nella solitudine glaciale del Bivacco Corradini e del Bivacco Berrone sulle Alpi piemontesi, i due compositori hanno registrato a 3000 metri la moltitudine delle tracce invisibili dell’uomo - onde radio, segnali satellitari e militari, rumori - per poi trasformarle in una sinfonia corale a distanza, esplorando così la collaborazione consapevole tra natura e umanità, al fine di creare una nuova coscienza collettiva, a dimostrazione che è impossibile pensare a un pianeta senza un impatto umano totalizzante.

Il percorso espositivo si configura come una narrazione articolata in due aree distinte: nella prima una proiezione video a due canali alterna la composizione della sinfonia a sequenze che ripercorrono l’esperienza vissuta dai due artisti in alta quota; nella seconda, l’opera immersiva prende forma attraverso una composizione corale di una serie di oggetti - ricevitori, microfoni e rilevatori - impiegati per captare presenze o segnali invisibili, che sintetizzano le sperimentazioni acustiche raccolte in un caos sensoriale destabilizzante in grado di restituire la violenza della saturazione dell’aria generata dalla presenza umana.

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