“C’è una coppia che sta bene, si amano, vanno al cinema, hanno gli amici, si fanno le pizze, gli aperitivi, le vacanze e persino il teatro. Visto che stanno così bene diventano grandi e fanno una bambina. La loro vita cambia quasi completamente ma non tornerebbero indietro, prima erano felici in due, ora lo sono in tre: ancora di più. Poi la gioia, la vita, il destino… fanno un altro figlio. E tutto comincia ad andare a rotoli. Con il secondo figlio succede loro quello che il secolo scorso succedeva quando se ne facevano una decina: la mamma diventa una mucca, il padre un bue da aratro. Bestie da soma.”
Così scrive Fausto Paravidino per descrivere Figli, film di Mattia Torre che ora diventa una commedia teatrale adattata e diretta dallo stesso Paravidino. Autore teatrale, sceneggiatore, regista e scrittore scomparso nel 2019 a soli 47 anni, Mattia Torre continua a vivere attraverso le sue parole: in teatro, in televisione, al cinema. Eppure, forse, ci siamo accorti troppo tardi di chi fosse davvero. Della profondità del suo sguardo, della precisione della sua scrittura, di quanto il suo lavoro abbia inciso nella cultura italiana contemporanea. Capace di raccontare con lucidità e ironia le fragilità del nostro tempo, Torre ha lasciato un’eredità artistica rara. Figli, il suo ultimo testo scritto per il cinema, è un’opera insieme intima e universale, feroce e tenera, capace di raccontare la complessità della genitorialità e della vita contemporanea con uno stile unico. La versione teatrale proposta da Paravidino, amico e interprete sensibile dell’immaginario di Torre, non è un omaggio. È un modo per continuare a far risuonare nei teatri una voce necessaria. Perché Mattia Torre non apparterrà mai al passato: parla ancora — e forse oggi più che mai.