Tonino Conte è morto. Come ricorda il figlio: «Detestava sentir dire 'è mancato'» - Genova

Tonino Conte è morto. Come ricorda il figlio: «Detestava sentir dire 'è mancato'»

Teatro Genova Teatro della Tosse Domenica 22 marzo 2020

A sinistra Emanuele Luzzati, a destra Tonino Conte
© teatro della tosse

Genova - Uomo forte, votato al lavoro di gruppo, vulcanico, visionario e irriverente e certo anche dirompente e prepotente, ma affascinante persona e professionista che ha segnato un'epoca e una città, Tonino Conte era da qualche anno assente dalla scena attiva. Regista, drammaturgo e scrittore, artista visivo, è morto il 21 marzo alle 15.55, all’età di 84 anni come ha annunciato su Facebook il figlio Emanuele Conte (regista, scenografo, co-direttore della Fondazione Teatro della Tosse) e tramite un comunicato stampa ufficiale tutto il Teatro della Tosse e la compagna di una vita, Maria De Barbieri (dal 2016 al 2019 alla direzione artistica del Teatro Sociale di Camogli). 

Quando nel maggio 2013 morì Flavio Costantini, Tonino Conte disse: «Per l'arte italiana Costantini ha rappresentato una personalità originale, unica, libera da ogni ideologia. Tra i suoi molti estimatori c'era anche il suo amico Emanuele Luzzati: Flavio e Lele erano molto legati, tra di loro c'era una grande intesa sia dal punto di vista lavorativo che dal punto di vista affettivo».

A partire da queste sue parole «una personalità originale e libera» credo non gli si faccia torto a riusarle per ribadire un concetto molto simile e ricordare Tonino Conte come figura altrettanto cruciale che ha saputo cambiare per sempre, in compagnia di un gruppo, certo, il modo di fare teatro in Italia.

Il passo indietro fatto dal Teatro della Tosse e dalla direzione, non gli aveva impedito nel 2008 di rilanciare. A distanza di 40 anni dalla sua prima regia, nel 1968 con l’“Ubu Re” di Alfred Jarry, Conte riparte con L'agriteatro di Tonino Conte. Ancora una buona idea. Ancora la voglia di pensare e fare teatro oltre gli stretti confini di un edificio e portarlo fuori alla gente, come già aveva fatto tante volte con i suoi spettacoli e i suoi spettatori raccolti al Forte Sperone, chiamati a una forma di teatro itinerante nel borgo di Apricale, o ancora ai capannoni Ansaldo o alla Diga Foranea di Genova. In occasione del lancio nel 2008 in un'intervista disse: «Portare il teatro in campagna è tornare alle origini, perché all'inizio il teatro si faceva sui prati, tra persone dello stesso ambiente. Persino in Grecia, la gente si sedeva sul declivio di morbide colline e assisteva a commedie e tragedie prima ancora che si pensasse alla gradinata di pietra. Tornare alle origini di un teatro fatto senza scene, né costumi, né trucco», ecco la semplice idea avviata con collaboratori d'eccezzione come Cuocolo e Bosetti e Massimiliano Civica per creare «eventi non banali, formule che affascinino». 

Quale messaggio voleva lasciare alle nuove generazioni da papà, zio o nonno del teatro? «Senza guardare solo al teatro suggerisco di non guardare a quello che fanno gli altri, tanto meno gli altri della Tv, ma piuttosto a guardare e tirare fuori quello che hanno dentro, nient'altro». In questo 'nient'altro' c'è un altro elemento della personalità di Tonino Conte, una certa semplicità, immediatezza, volontà di essere e agire in modo diretto e istintivo, lontano da presunzioni di superiorità, lontano da arroccamenti, sempre in contatto.

In chiusura del comunicato ufficiale, ancora le parole di Tonino Conte in occasione, nella primavera del 1995, della visita dell'allora vescovo di Genova monsignor Dionigi Tettamanzi di quella parte della città dove il teatro aveva costruito la sua residenza. Ci fu un incontro con la cittadinanza nella Chiesa di San Salvatore, in piazza Sarzano. Don Carlo, il parroco, pregò Tonino Conte di intervenire e Conte disse della sua vita come teatro e del teatro come vita per sé e per gli altri: «Monsignore le confesso che io non vado molto in Chiesa. E non ci vanno molto nemmeno le persone che lavorano con me, nel teatro di Sant’Agostino, nella sartoria e nel laboratorio. Però lavoriamo, lavoriamo molto, dal mattino alla sera. E con il lavoro abbiamo insegnato a recitare, a cucire, a far di conto e a costruire con il legno e la tela tanti giovani. Che qualche volta si sono sposati, hanno preso casa qui vicino, hanno avuto dei figli. Ecco eminenza, la nostra preghiera è il lavoro, il lavoro di tutti noi insieme».

Nel volume 40 anni di...Teatro della Tosse1975-2015, Eugenio Buonaccorsi avvia la sua introduzione così: «Il teatro della Tosse nasce come un gesto di rottura eccentrico. In quel 1975, che ne accolse i primi vagiti con un antigrazioso Ubu re di Jarry, la confusione sotto il cielo del teatro era tanta». Quando poi si tratta di tratteggiare la figura di Tonino Conte è altrettanto lucido e puntuale nel definire il profilo di una figura che ha sfuggito le categorie e che forse era più di ogni altra cosa un'evoluzione o una traduzione contemporanea di quello che per lungo tempo si era definito capocomico. «Tonino non è stato alla Tosse un metteur en scène. Non si è esercitato a interpretare un testo, a scavarlo, a disseppellirne il contenuto psicologico, morale, sociale. Lui ha praticato la "scrittura scenica"».

La grande avventura nel teatro di Tonino Conte occorre ricordalo bene cominciò nel 1957 in uno scantinato di via XX settembre, proprio sotto la Borsa Valori, dove si esercitava il teatro off e si metteva in scena la drammaturgia del tempo in quello spazio che diventò mitico sotto il nome di La borsa di Arlecchino a cui diede vita e spirito Aldo Trionfo, Emanuele Luzzati, e Myria Selva, e dove si incontrarono tanti artisti tra cui Paolo Poli, Carmelo Bene, Fabrizio De André e dove il ventenne Tonino Conte mosse i suoi primi passi nel teatro. 


Dal comunicato ufficiale del Teatro della Tosse, una biografia traccia i percorsi storico-geografici e umani andando a tratteggiare in poche righe le strade percorse, le persone incontrate e le 'architetture' realizzate. Eccola:

Nato a Napoli nel ‘35, è genovese dall'età di tre anni. Prima di approdare al teatro – nel ’59 alla Borsa di Arlecchino di Aldo Trionfo - si adatta ai più svariati mestieri. Nel ’66 il testo d’esordio, Gargantua Opera, va in scena a Parigi. Nel ‘68 la prima regia: Ubu Re di Jarry, premiato in più festival europei. Nel ‘75 fonda a Genova, con Emanuele Luzzati, il Teatro della Tosse, di cui è poi diventato Presidente Onorario. Firma regie - per il Piccolo Teatro, lo Stabile di Genova, il Teatro Antico di Siracusa, il Teatro Gioco Vita, l’Arena di Verona, il Carlo Felice, il Regio di Torino, il Maggio Musicale Fiorentino – dentro e fuori il teatro: i capannoni ex nucleare dell’Ansaldo, la Diga Foranea di Genova, fortezze e borghi. Nel corso della sua carriera ha collaborato con gli scenografi e costumisti Santuzza Calì, Bruno Cereseto, Emanuele Conte, Andrea Corbetta, Guido Fiorato, Giovanni Licheri e Alida Cappellini, Emanuele Luzzati, Danièle Sulewic, e con i musicisti Giampiero Alloisio, Bruno Coli, Ivano Fossati, Nicola Piovani, Oscar Prudente. Pubblica racconti, poesie e saggi, il romanzo L'amato bene (Einaudi) vince il Premio Mondello. Ha ricevuto il Premio Ubu per l’attività della Tosse, il Vallecorsi, il Grifo d’Oro della Città di Genova. E’ architetto Honoris Causa e Commendatore della Repubblica. Dal 2008 si dedica alla creazione di collage. Nel verde della cascina San Biagio – nel Monferrato – avvia un cantiere d’arte e teatro che ha battezzato Agriteatro. Il suo ultimo libro – Pornograffiti 2 (La Grande Illusion, 2015) mescola immagini e versi. Dal 29 maggio al 28 giugno 2015 gli viene dedicata una grande mostra a Palazzo Ducale a Genova nella Loggia degli Abati per festeggiare i suoi 80 anni, dal titolo: Tonino Conte, un compleanno patafisico. La mostra – composta da filmati, foto, poesie e arricchita dai suoi collage, è ideata dalla Fondazione Luzzati-Teatro della Tosse a curata da Danièle Sulewic. Nel 2017 La Grande Illusion pubblica, in una preziosa edizione-cofanetto illustrata da Beppe Giacobbe, il libro Il mistero dei Tarocchi, tratto dall’omonimo spettacolo da lui diretto nel 1990, e scritto insieme a Gian Piero Aloisio.

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