Attualità Torino Martedì 11 dicembre 2018

Murazzi di Torino: un documentario per raccontarne la storia

Torino - 30 anni di storia, 30 anni di evoluzione artistica e sociale che ne hanno fatto uno dei luoghi simbolo di Torino: sono i Murazzi, le famose arcate lungo il Po, che con i loro locali, il Doctor Sax o Giancarlo, hanno acceso la voglia di fare e cambiare in città dagli anni ’80 al 2012. A raccontarne la storia, in un cortometraggio di poco più di mezz’ora che la ripercorre tra interviste e aneddoti, Gianluca Saiu, classe 1982, giornalista e videomaker, autore di Murazzi, una storia vera.

«Ho frequentato i Murazzi in prima persona tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila – racconta Gianluca – questo documentario è un omaggio a un pezzo di Torino che non c’è più dopo 30 anni di storia. Credo che questo luogo abbia significato molto per i torinesi, ma anche per tante persone che arrivavano da tutta Itali ed Europa. I Murazzi sono stati un punto di riferimento per la società e la vita notturna, hanno ispirato artisti, musicisti, dj. Erano frequentati da persone molto diverse tra loro, tutti mischiati in un processo di fermento culturale dove Torino aveva un’energia positiva e una vitalità molto forte».

Luogo simbolo di una città laboratorio, capace di cambiare volto attraverso la sperimentazione e l’innovazione artistica e musicale, i Murazzi sono anche i protagonisti di un recente libro di Enrico Remmert, che si interroga sulla contraddittorietà di un luogo spesso lasciato a sé, eppure centro di un sommovimento determinante per Torino. È una storia che inizia negli anni Ottanta, accompagnando la rinascita culturale di Torino. «La gente vedeva queste arcate come un posto magico, unico – prosegue il videomaker – paragonabile forse alla Rambla di Barcellona. Nell’immaginario collettivo i Murazzi sono le canzoni dei Subsonica o il Tanco del Murazzo di Vinicio Capossela, e poi per lungo tempo sono stati abbandonati fino ad arrivare al punto di saturazione, in seguito al quale c’è stata la chiusura definitiva, nel 2012».

Murazzi, una storia vera racconta questa storia abbracciando la cultura underground degli inizi, ancora sconosciuta, fino all’esplosione della movida e al culmine del movimento, il 2006 delle Olimpiadi che hanno ridipinto il volto della città. «È stato un lavoro di tre anni – racconta l’autore – mi sono mosso con testimonianze di persone che in qualche modo hanno vissuto o frequentato i Murazzi, sono anche molto diverse tra loro e rappresentano le diversità di quel luogo. C’è per esempio Gabriele Ferraris, giornalista, che ha seguito la scena musicale torinese sviluppata dai Murazzi, Alessandro Gambo, direttore artistico del Magazzino sul Po, e poi Paolo Tessarin, blogger di Sistema Torino, Michele Raffaele del centro sociale Csa, ai Murazzi,  ed Enrico Melis, dj e organizzatore di The Dreamers.

«Il documentario cerca di porre degli interrogativi su cosa potrebbe essere il futuro dei Murazzi – aggiunge Gianluca – uno dei temi è il fatto che la chiusura ha portato a una specie di processo di desertificazione, con la chiusura di locali e luoghi di aggregazione e la conseguente concentrazione dei giovani e delle movida in luoghi residenziali, come san Salvario e Vanchiglia, con tutta una serie di problemi». Una chiusura che, lascia intendere l’autore del documentario, è stata utilizzata come capro espiatorio di un’onda di effetti negativi non risolti ma solo spostati. «Il bando per la riapertura dei Murazzi è fermo al 2015 – aggiunge – ogni anno si torna a parlare di una rinascita, ma quei Murazzi che ricordiamo tutti probabilmente non saranno più gli stessi, avranno forme diverse. Nel movimento che ha interessato i luoghi di aggregazione in città, i Murazzi sono sempre stati più o meno una costante, erano il simbolo di una Torino e di una vita che anche chi arrivava da fuori cercava».

Per quanti fossero interessati a vedere il lavoro di Gianluca Saiu, a Torino si stanno succedendo serate di proiezione dedicate (come quella del Blah Blah l'11 dicembre), che verranno comunicate sulla pagina Facebook del progetto. Il documentario resta inoltre online, visionabile in streaming per arrivare al più ampio pubblico possibile.

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