Botteghe storiche a Genova: a Rivarolo alla scoperta del Laboratorio del Rame

Giancarlo Faccio ©Nicola Dongo Giancarlo Faccio ©Nicola Dongo

Genova, 30/01/2026.

Genova, città di botteghe storiche, tra i vicoli del centro storico, come la confetteria Romanengo e la pasticceria-liquoreria Marescotti di Cavo, oppure poco più in là come la Fabbrica di Turaccioli e il negozio di coloniali Viganego. Tuttavia, anche le zone più decentrate del capoluogo ligure ospitano questi luoghi affascinanti, che conservano ricordi, tradizioni e soprattutto mestieri e manualità, caratteristiche che nell'epoca contemporanea non stanno sicuramente scomparendo, ma che subiscono una naturale evoluzione, dovuta a cambiamenti sociali ed economici.

Uno di questi luoghi è il Laboratorio del Rame, in via Celesia 55n, nel quartiere di Rivarolo, lo stesso che alla fine dell'Ottocento ospitava La Fornace, fabbrica di rivestimenti ceramici che ancora oggi si trova citata sulle piastrelle che ricoprono il corridoio che porta all'ascensore di Castelletto, in piazza Portello.

«Sono Giancarlo Faccio, quarta generazione di questa bottega, che naque nel 1860, per volere del mio bisnonno Alessio, che dalla Valle d'Aosta era è arrivato a Genova per iniziare a fare questo lavoro», ci accoglie il titolare, introducendoci in un piccolo negozio letteralmente immerso nei riflessi caldi dati da questo materiale così malleabile.

Laboratorio del Rame, la stagnatura, foto di Nicola Dongo

La Valle d'Aosta e alcune zone del Piemonte sono sempre state terre di artigiani del rame, infatti coloro che ancora oggi portano avanti l'arte della lavorazione di questa lega, sparsi per il Nord Italia hanno origini di quelle regioni.

«All'epoca, a differenza di oggi, non c'era ancora la bottega», continua Giancarlo. «Una volta si andava in giro nei paesi a raccogliere tutti i prodotti in rame per poi fare la famosa stagnatura, che serve a renderlo adatto all'uso alimentare. È stato mio nonno Giovanni ad aprire la bottega, mentre mio papà Alessio che, fin da piccolo, girava per teglie, casseruole e pinguini fin da piccolo. Ha sempre lavorato qui, e ehfino ad 85 anni ed era talmente bravo da poter realizzare un quadro in rame in poco più di un paio d'ore».

Giancarlo, mentre parla, ha gli occhi brillanti, tipici di chi è orgoglioso e felice non solo della sua tradizione famigliare, ma del suo lavoro, che ama a tal punto da svegliarsi ogni mattina con il sorriso sulle labbra, all'idea di varcare la soglia della sua bottega e di incontrare gente. La domanda, però, sorge spontanea: ma cosa sono i pinguini? «Erano degli stampi che si usavano per fare i ghiaccioli, che venivano stagnati all'interno. Erano fonte di tantissimo lavoro».

«Anche io lavoro qui da quando sono piccolo, è un lavoro che porto avanti con entusiasmo. Attualmente quello a cui mi dedico principalmente è la stagnatura e la ristagnatura delle teglie della Farinata, operazione che deve essere fatta regolarmente, almeno una volta l'anno, per evitare che gli ingredienti entrino in contatto con il rame, che può risultare tossico. In pratica la parte interna della teglia viene pulita, portata a rame e successivamente con degli acidi decapanti e con l'aiuto di una fiamma, si procede alla ristagnatura, ossia l'applicazione di una pellicola di stagno per alimenti. L'ultima parte è quella spianatura, in modo che la parte interna risulti un piano perfetto e infine viene pulita anche la parte esterna».

Non è finita qui, perchè al Laboratorio del Rame si creano casseruole e tegami. Non tutti, però, hanno bisogno della stagnatura, dipende dall'acidità degli alimenti che in essi vengono cucinati: «La Polenta, ad esempio, si può mangiare tranquillamente dopo averla cucinata sul rame che, ovviamente, deve essere pulitissimo». 

«Un altro prodotto che non è stagnato è questo qui», ci mostra Giancarlo mentre prende una specie di padella concava. «In Liguria la Bastardella. Serve per cuocere la frutta e lo zucchero per fare le confetture e viene usato principalmente dalle pasticcerie. Gli zuccheri, non essendo sono acidi, fanno sì che non ci sia bisogno della stagnatura».

Alcuni articoli artigianali creati nel Laboratorio del Rame, foto di Nicola Dongo

Con il rame non si fanno solo utensili di cucina, ma anche arte, come nel caso di papà Alessio: «Un tempo lavoravamo tantissimo per le chiese, creando fonti battesimali, acquesantiere e rivestimenti per gli altari. Oggi si hanno molti meno contatti con i luoghi religiosi, ma si continua con i rivestimenti e gli abbellimenti per cappe, caminetti e banconi di bar e ristoranti». 

«Nel 2026 abbiamo in programma un rivestimento completo di una cucina, con una tecnica che prevede una sorta di martellamento del rame, che poi viene brunito per creare un effetto antichizzato».

Come per tutti quei mestieri che vengono dal passato, il futuro, purtroppo, è sempre un po' incerto: «Mancano il ricambio e la nuova generazione. In realtà, proprio quello a non mancare è il lavoro, anzi di quello ne abbiamo tantissimo, però posso capire che un ragazzo o una ragazza della nuova generazione preferiscano dedicarsi ad altre attività. Ora mi vedete pulito e in ordine», scherza Giancarlo, «ma quando mi chiudo in laboratorio per le stagnature mi ricopro di polvere nera».

«Nonostante tutto», conclude Giancarlo, «sono convinto in qualche maniera di riuscire a convincere mio figlio ad andare avanti».

Le teglie della farinata, foto di Nicola Dongo

Di Paola Popa

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