Fabbrica di Turaccioli: «Facevamo cosce di pollo e ravioli in sughero per Govi, da usare in scena»

©Nicola Dongo, in foto Carlo e Rosanna Luico ©Nicola Dongo, in foto Carlo e Rosanna Luico
Salita Santa Caterina 17r Cerca sulla mappa

Genova, 15/10/2025.

Nel lontano 1855 - precisamente 170 anni fa - nel bel mezzo della Superba, apriva un negozio che profuma ancora oggi di sughero. Uno spazio in cui sopravvivono ancora le tracce di un mestiere antico di Genova: la Fabbrica di Turaccioli, in Salita Santa Caterina 17r.

Sull'insegna si legge ancora Fabbrica di Turaccioli, lavorati a coltello - un nome che profuma di un'altra epoca. «I turaccioli sono stati lavorati a coltello fino agli anni '50», racconta Carlo Luico, che porta avanti l'attività con la figlia e l'attuale titolare Rosanna Luico. «Oggi il lavoro è cambiato, ma il sughero resta sempre quello: nasce da una quercia, con una doppia corteccia, che viene incisa ogni nove o dieci anni in Sardegna. È una pratica antica, fatta sempre in estate, quando la pianta è "in succhio"». 

Un tempo il sughero veniva bollito, poi pressato e spianato manualmente, seguendo metodi artigianali tramandati nel tempo. Dopo la bollitura, veniva tagliato a coltello in strisce da cui i tagliatori ricavavano piccoli quadretti, smussati agli angoli e rifiniti con la smerigliatrice per ottenere tappi dalla forma quasi quadrata. Questo processo, completamente manuale, è rimasto in uso fino agli anni Cinquanta. Oggi, invece, la lavorazione avviene con macchinari automatici che spianano e sanificano il materiale in modo automatico. 

«All’epoca avevamo una clientela decisamente diversa da quella attuale, servivamo alberghi e ristoranti, ma adesso lavoriamo col privato - racconta Carlo - Il cliente più grosso che abbiamo avuto era la ditta di conserve Arrigoni, ed era il periodo fra le due guerre. Mio padre forniva 5000 dischetti di sughero e, nei momenti di punta, diventavano addirittura 7000-8000 dischetti».

Tra scaffali e angoli del negozio si possono ancora osservare i vecchi macchinari usati nel passato - la smerigliatrice, il tornio, il metro con i timbri per controllare la lunghezza e il perforatore per il sughero - quest'ultimo ancora utilizzato quasi tutti i giorni. Oggi, però, i tappi vengono acquistati già pronti, anche se non mancano piccoli interventi o lavorazioni su richiesta dei clienti.


Carlo Luico. Foto di Nicola Dongo

«Se si usasse un tappo in silicone o plastica, con il tempo l'acqua finirebbe per filtrare e il vino non maturerebbe correttamente. Il sughero, invece, è fondamentale proprio perché consente un leggero scambio d’aria tra il vino e l'esterno, indispensabile per l’affinamento. Al microscopio, il sughero appare composto da centinaia di migliaia di microcamere, attraverso le quali avviene questo delicato equilibrio di ossigenazione che permette al vino di evolversi nel modo giusto. Per questo, ancora oggi, il tappo di sughero resta insostituibile», spiega Carlo.

Ma la storia del negozio è fatta anche di aneddoti curiosi: «Mio padre realizzò forme di cibo in sughero per Gilberto Govicosce di pollo, ravioli, tutto per la scena, e in cambio ci dava biglietti per i suoi spettacoli… e io le ho viste tutte!». Un’altra commessa insolita arrivò dal Museo Doria: «Negli anni '30, mio padre ricostruì alcune ossa del grande scheletro di balena usando il sughero, poi dipinto. È ancora lì, sospeso nel museo».


Le vecchie etichette di vini. Foto di Nicola Dongo

Dal 2016 la gestione è passata nelle mani di Rosanna Luico, figlia di Carlo, che ancora oggi gestisce l’attività affiancata dal padre, ampliando l’offerta. Oggi nel negozio si può trovare prodotti per la birra, l'olio e tutta una serie di vasi, vasetti e bottiglie. «Il sughero è un materiale perfetto per l'economia circolare - spiega Rosanna - se raccolto bene, può essere riciclato e trasformato in pannelli isolanti o oggetti d'arredo, come lampade, sgabelli, tavolini. Partecipiamo anche al progetto nazionale Etico, che riutilizza i tappi e sostiene le Onlus locali».

Tra i tanti aspetti affascinanti legati al mondo del sughero, ce n'è uno che spesso passa inosservato ma che racconta molto della sua attualità: la lavorazione del sughero è CO2 negativa. «Considerando l'anidride carbonica assorbita da una sughereta mantenuta in esercizio, e detraendo tutta la CO2 prodotta nelle fasi di lavorazione - dal trasporto ai consumi energetici, fino agli eventuali componenti chimici - è maggiore la quantità di CO2 assorbita dalla foresta rispetto a tutta quella prodotta nella fase di lavorazione» spiega Rosanna.


Fabbrica di Turaccioli. Foto di Nicola Dongo

La Fabbrica di Turaccioli continua il suo viaggio anche dopo 170 anni, diffondendo ancora nell’aria il profumo del sughero e conservando intatto il suo fascino d'altri tempi. Basta entrare per ritrovarsi in un vicolo del passato, tra oggetti dal sapore magico che sembrano usciti da un racconto di Harry Potter. Un angolo prezioso che custodisce la storia di Genova e le sue antiche tradizioni artigiane. 

Di Ancila Mettekkatt

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