Alda Merini nell'interpretazione di Milvia Marigliano. Da vedere - Genova

Teatro Genova Teatro Duse Venerdì 26 ottobre 2018

Alda Merini nell'interpretazione di Milvia Marigliano. Da vedere

Milvia Marigliano in 'Alda diario di una diversa'
© B. Caroli
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Genova - Quando un interprete entra in scena è spesso inevitabile che porti con sé la tensione di quella prima battuta che romperà il silenzio. È spesso inevitabile che il suo corpo sarà teso nel compiere il primo gesto. Così è spesso inevitabile che lungo il testo qualche passaggio abbia un suono tecnico, mentre la dizione cerca di vestire il tutto in battuta. Per questo la svagata naturalezza, quell'im-mediata corporeità, quel dire quasi spontaneo, quel certo lasciarsi andare nel corpo e nella voce, certo profondamente studiato e costruito, che l'attrice Milvia Marigliano produce sul palco genera sempre una felice sorpresa. Confermando un talento non passato inosservato - Premio Teatro Napoli 2011, Premio dell’Associazione dei Critici del Teatro 2015 - a Genova goduto nell'intimità dell'Altrove prima in Erodiadi e più recentemente in Ombretta Calco di Sergio Pierattini. (E poi non dite che non ve l'avevano detto che era da vedere).

In Alda diario di una diversa, nuova produzione del Teatro Nazionale di Genova, Marigliano incarna la storia, le parole, il vissuto inquieto, drammatico e frizzante di vita folle e di tragica depressione della poetessa Alda Merini (1931-2009). Nella drammaturgia e regia di Giorgio Gallione si tessono materiali poetici, diaristici e canzoni mentre la dimensione immaginaria e lirica prende quella forma espressiva e cangiante dei corpi danzanti di Luca Alberti, Angela Babuin, Eleonora Chiocchini, Noemi Valente e Francesca Zaccaria nelle coreografie di Giovanni Di Cicco - lo spettacolo è in scena al Duse fino all'11 novembre 2018. 

Dominato da una collina di sabbia, materiale che ricopre tutto il palco, lo spazio sospeso e immaginario creato da Marcello Chiarenza è spazio-tempo, memoria resa concreta, metafora materica di un intero sentire umano. Ecco allora che la collina di sabbia cosparsa di corpi (i danzatori), qualche sedia, un pianoforte esausto ribaltato a terra che lascia in bella mostra i suoi tasti, quasi dentatura di un vecchio teschio è il pieno e il vuoto di ciò che resta nella mente di un'intera vita. È già poesia piena di rimandi e citazioni, quasi una waste land su cui aleggia Godot e la sperimentazione di tanto teatro e danza contemporanei. Lì nella minuzia sabbiosa, infinitesimo frammento che non si afferra e terreno incerto, mai facile, sempre pronto a far sprofondare il corpo, Marigliano non è Alda Merini ma ne interpreta stralci di esistenza a partire da una capigliatura bionda che resta monito contro un appiattimento dell'attrice sul personaggio e la figura storica.

«Una sedia? Io sono una sedia vuota su cui non siede mai nessuno. [...] Ecco sono una sedia vuota, rotta, ma una parola mi bacia la bocca [...] ho un teatro in testa». Alda Merini è stata una donna estremamente coraggiosa, profondamente sensibile e dotata di un'immaginazione ricca e visionaria così come di una voglia mai esausta di vivere la vita.

In un monologo-confessione, intima confidenza, gridata e liberatoria manifestazione articolata sui reperti di tutta una vita, Milvia Marigliano e i danzatori descrivono solitudine, dolore, rabbia ma anche leggerezza, innamoramento, sessualità carnale degli amori prima, dopo e durante gli anni del manicomio. Amori continuamente desiderati come se Merini cercasse in essi la prova di essere ancora in vita. La vocalità di Marigliano, oltre a toni e ritmi cangianti, è arricchita da respiro e sospiro con cui disegna e raggiunge quella profondità del sentire umano e tutto quello che le parole non arrivano a dire, neanche le più poetiche. Testimonianza, racconto, descrizione di momenti, ci sono ricordi di infanzia, c'è la madre di Alda Merini donna bellissima e durissima, ci sono le figlie o meglio il desiderio delle proprie bambine mai più ritrovate eppure attese per tutta la vita. C'è Manganelli, c'è lo schivo Pierre, amore manicomiale, c'è padre Richard, che fa sentire Merini meretrice e santa al contempo. E, infine, c'è Titano amore bruto raccolto per strada. 

Gallione ha spesso sfruttato la sorellanza tra recitazione e coreografia nei suoi spettacoli affiancato da Giovanni Di Cicco, uno tra tutti Spoon river  (2009) liberamente ispirato all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters e al concept album Non al denaro, non all’amore né al cielo di Fabrizio De Andrè. Intrecciare codici linguistici diversi è sempre stato nelle corde dei suoi adattamenti drammaturgici che hanno pescato dalla letteratura e dalle canzoni ma anche da materiali storici. Sovrapporre linguaggi artistici, espressivi, documentaristici è dunque pratica ormai consolidata ma trovare un completamento reciproco fra arti è sempre una sfida e una rischiosa avventura in questo lavoro ben riuscita e capace di regalarci quadri intensi.

La bambola Pietro, maschio vestito con abito da sposa, è uno di questi mentre Luca Alberti emerge dalla sabbia come corpo-fantoccio la parola di Marigliano lo veste e lo agisce quasi lo tenesse in mano. Le parole che baciano la bocca di Merini, la sua poesia, creatura indomita che la anima e le freme nel corpo qualche volta agitandone la fragilità sono al centro di un altro quadro dove prosa e danza sono scritture adiacenti e compiacenti nella differenza che trasmutano e traducono segni e materialità creando un dispositivo artistico più che un messaggio. La «trombata di Manganelli» si consuma anch'essa in amplessi ripetuti, insistenti agiti scambiando ruoli e parti tra Marigliano e le danzatrici in sottoveste, figure femminili effimere e leggiadre che sembrano tratteggiare pitture dinamiche intorno alla sensualità e al sesso più che scene erotiche. Seduta in proscenio, Marigliano sembra seduta accanto a ogni spettatore decisa  a dedicare a ogni singolo orecchio certa personalissima blasfemia. Quattro danzatrice omologate da lunghi cappotti informi e  appoggiato sul viso un ritaglio su carta del ritratto di Alda sono le visioni delle figlie che avanzano verso Alda senza mai raggiungerla, quelle figlie sempre attese con il vestito in ordine, il trucco fresco, gli orecchini colorati per una festa, una ricongiunzione mai consumata.

A fine spettacolo restano due messaggi profondi impressi nell'esperienza: vita e coraggio. Questo spettacolo traccia quella qualità dell'animo che permette di affrontare pericoli e dolori, racconta di Merini e della sua dignità, di come la sua intima identità abbia rappresentato la sua salvezza ma le sia anche costata atroci sofferenze a partire dall'internamento su richiesta del marito nell’ospedale psichiatrico Paolo Pini di Affori, Milano.

Perché viene da chiedersi? Merini l'ha raccontato dettagliatamente, senza rancore, nel volume L'altra verità. Diario di una diversa, ripercorrendo i tempi dentro e fuori dal manicomio. Un altrettanto brutale e solitario tempo, quel dopo, per le critiche aspre, i giudizi maligni, l'allontanamento dalle figlie (due su quattro affidate ad altre famiglie) e l'ostracismo che ha subito una volta liberata «Ma il giorno che ci apersero i cancelli [...] », grazie alla legge Basaglia (Legge 180 del maggio 1978).

 Qualche significativo stralcio per non dimenticare un tempo che altre donne hanno vissuto: «Quando venni ricoverata per la prima volta in manicomio ero poco più di una bambina, avevo sì due figlie e qualche esperienza alle spalle, ma il mio animo era rimasto semplice, pulito [...]  del resto ero poeta e trascorrevo il mio tempo tra le cure delle mie figliole e il dare ripetizione a qualche alunno [...] ero una sposa e una madre felice, anche se talvolta davo segni di stanchezza e mi si intorpidiva la mente. Provai a parlare di queste cose a mio marito, ma lui non fece cenno di comprenderle e così il mio esaurimento si aggravò [...] un giorno, esasperata dall'immenso lavoro e dalla continua povertà e poi, chissà, in preda ai fumi del male, diedi in escandescenze e mio marito non trovò di meglio che chiamare un'ambulanza, non prevedendo certo che mi avrebbero portata in manicomio».

Quel giorno comincia il feroce calvario di circa dieci anni che toccò alla poetessa e a molte altre donne perché «allora le leggi erano precise e stava di fatto che ancora nel 1965 la donna era soggetta all'uomo e che l'uomo poteva prendere delle decisioni per ciò che riguardava il suo avvenire. Fui quindi internata a mia insaputa». Insieme a lei una ragazza madre e altre figure femminili che i parenti per primi e poi la società aveva deciso di respingere, escludere e possibilmente dimenticare annientandone la volontà e l'identità («Improvvisamente, come nelle favole, tutti i parenti scomparvero»). Qualcuno l'ha chiamata bonifica sociale. 

Lo spettacolo? Da vedere.


prima nazionale
24 ottobre - 11 novembre 2018 | GENOVA Teatro Duse
Alda diario di una diversa
da Alda Merini - drammaturgia e regia Giorgio Gallione
con Milvia Marigliano e i danzatori Luca Alberti, Angela Babuin, Eleonora Chiocchini, Noemi Valente, Francesca Zaccaria
coreografie Giovanni Di Cicco
scene Marcello Chiarenza
costumi Francesca Marsella
luci Aldo Mantovani
produzione Teatro Nazionale di Genova

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