Spoon River: in scena la musica di Fabrizio De Andrè - Genova

Spoon River: in scena la musica di Fabrizio De Andrè

Teatro Genova Teatro Gustavo Modena Mercoledì 25 marzo 2009

Genova - Luminoso, fluido, corporeo, intenso di quella intensità di cui è capace solo la poesia nel suo destreggiarsi tra simbolismi e realismi, tra suoni e filosofie. È Spoon River, la nuova produzione del Teatro dell'Archivolto, liberamente ispirato all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters e al concept album Non al denaro, non all’amore né al cielo di Fabrizio De Andrè - in scena fino al 9 aprile. Giorgio Gallione ne è il regista e drammaturgo, ormai abile tessitore di materiali non nati per il palcoscenico e di una fortunata formula onirica e sospesa (ricordiamo per esempio Cipputi, Cosmica Luna, Cuori Pazzi) che questa volta cresce intersecando il lavoro drammaturgico/registico con quello coreografico proposto da Giovanni Di Cicco e interpretato sulla scena con precisa invenzione e fresca classicità da sei danzatori Luca Alberti, Filippo Bandiera, Massimo Cerruti, Federica Faldi, Elena Friso e Francesca Zaccaria. Tiene avvinta l'attenzione la partita doppia giocata fianco a fianco ai danzatori dai quattro attori Elsa Bossi, Riccardo Maranzana, Rosanna Naddeo, Antonio Zavatteri perché gli uni e gli altri si incontrano e cercano un linguaggio comune, come effettivi coprotagonisti, all'occasione capaci di recuperare la forza dei propri linguaggi specifici, ma anche di fare incursioni gli uni nel movimento superando la solidità della parola-interpretata, gli altri lasciando per un attimo il corpo e lavorando sulla parola.
In un gioco combinatorio che continua, perché formale e contenutistico proprio come in poesia, i componimenti di Lee Master si alternano ed eccheggiano vibrando nelle canzoni di De Andrè, che intervallano e completano la narrazione.

Un bosco ci accoglie: una somma di alberi scheletrici spogli veste la scena. La platea è la scena. La scena è la platea (grazie alle geniali scelte di Marcello Chiarenza, dalle case/valigie tombe, alle ciliegie di Santa la piccola malata, fino al finale tra diamanti e cime/candele). E dall'alto del palcoscenico in una prospettiva rovesciata guardiamo le anime perse che vagano in un cimitero sulla collina - che poi non è molto più di un campo o di un giardino selvatico - e come Ebenezer Scrooge del Canto di Natale di Charles Dickens, questi fantasmi/anime siamo noi, nei nostri destini che inevitabilemente conducono alla morte. E questo era proprio il motivo che aveva convinto Fabrizio De Andrè a recuperare le poesie di Edgar Lee Master lette a 18 anni. «Mi era piaciuto, e non so perché mi fosse piaciuto - raccontò Faber in un'intervista del 1971 a Fernanda Pivano - forse perché in questi personaggi ci trovavo qualcosa di me. Poi mi è capitato di rileggerlo [...] Soprattutto mi ha colpito un fatto: nella vita, si è costretti alla competizione, magari si è costretti a pensare il falso o a non essere sinceri, nella morte invece, i personaggi di Spoon River si esprimono con estrema sincerità, perché non hanno più da aspettarsi niente, non hanno più niente da pensare. Così parlano come da vivi non sono mai stati capaci di fare».

Della selezione da Spoon River del cantautore restano La collina (Dormono sulla collina), Trainor, il farmacista (Un chimico), Frank Drummer (Un matto), Il dottor Siegfried Iseman (Un medico), Wendell P. Bloyd (Un blasfemo), Francis Turner (Un malato di cuore), Il giudice Selah Lively (Un giudice) e Il suonatore di violino Jones (il suonatore Jones) ma compare anche la poetessa del villaggio schernita, la donna il cui amante diciannovenne uccide il marito, Sonia La Russa una ballerina, la madre che è tomba del suo neonato nato senza respiro, e molti altri uomini e donne, giovani e meno giovani, professionisti e artisti, amanti della vita e invidiosi, pazzi e malati, tutti dormono sulla collina:
Dove sono Elmer, Herman, Bert, Tom e Charley,
l'abulico, l'atletico, il buffone, l'ubriacone, il rissoso?
Tutti, tutti, dormono sulla collina.

Dove sono Ella, Kate, Mag, Edith e Lizzie,
la tenera, la semplice, la vociona, l'orgogliosa, la felice?
Tutte, tutte, dormono sulla collina.

Lugubre? Triste? Affatto. Certo più riflessivo che comico - anche se a tratti la leggerezza e la forza iconoclasta di De Andrè ribilanciano l'atmosfera - malinconicamente tragico ma anche brutalmente rivelatore delle meschinità e invidie umane che dai primi del '900 all'oggi di De andré e anche al nostro oggi poco sono cambiate: «anche nel nostro tipo di vita sociale abbiamo dei giudici che fanno i giudici per un senso di rivalsa, abbiamo uno scemo di turno di cui la gente si serve per scaricare le sue frustrazioni (è tanto comodo a tutti, uno scemo ... )».
E a proposito di intrecci, connubi e combinazioni azzeccate, certo la forza dello spettacolo non esula dal recuperare l'idea che questi individui, queste anime, siano parte di una storia di un intero villaggio e quindi incastrandosi l'una nell'altra vadano a comporre un affresco capace di ritrarre tutta una comunità. Racconto postumo a più voci da uno stesso luogo e tempo che riesce ad essere universale e quindi epico.
Verrebbe da definirla Opera Lirica per la felice convivenza delle arti sceniche ed espressive, tutte coinvolte e tese alla lirica della poesia quella che attraversa le epoche con un unico messaggio.

E alla fine nel foyer Dori Ghezzi, spettatrice tra gli spettatori, non ha che conferme da dare al regista Gallione: «Collocazione geniale quella di ribaltare gli spazi [...] Spazio meraviglioso per la scena [...] Mi piacciono tantissimo le atmosfere [...] Connubio perfetto danza-interpretazione [...] Idee molto belle e anche pericolose (ndr si riferisce al fuoco in scena) Sei un mago, un prestigiatore. Ma devi rispondere a una domanda, perché hai scelto un abito così normale per il personaggio-narratore-De André (Riccardo Maranzana)?».
«È stata una scelta puramente teatrale - spiega Gallione - una questione più di percezione che verosimiglianza, per creare un immediato contrasto con gli abiti primo novecento degli altri personaggi e dare rigore». Sarà il vestito che non fa il monaco? O forse Riccardo Maranzana paga un confronto impari con la storica voce il suo physique du rôle schivo e determinato di De Andrè?

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