Non perdetevi le Erodiadi di Milvia - Magazine

Teatro Magazine Teatro Hops Venerdì 28 maggio 2004

Non perdetevi le Erodiadi di Milvia

Magazine - Erodiadi
di Giovanni Testori
regia Cristina Pezzoli
con Milvia Marigliano

All’Hop Altrove da giovedì 27 a sabato 29 maggio, h. 21.


Milvia Marigliano è brava. Non lo dico io, l'ha detto Ugo Ronfani su Il Giorno.
Milvia Marigliano mostra una forza espressiva di rara intensità. Non lo dico io, l'ha detto Sara Chiappori su La Repubblica.
Milvia Marigliano è intensa attrice. Non lo dico io, lo dice Magda Poli su Il Corriere della Sera.
Milvia Marigliano è capace di una progressiva accelerazione interpretativa. Non lo dico io, lo dice Renato Palazzi su Il Sole 24 ore.
Io però dico che sono d'accordo, e direi anche che averla in città e con questo spettacolo in particolare è un'occasione unica e imperdibile.

Abbiamo ripercorso con l'attrice le fasi che hanno portato a questo spettacolo di grande successo personale, ma anche della produzione tutta.

"Erodiade I", "Erodiade II" ed "Erodiàs" sono tre testi scritti da Giovanni Testori in 30 anni. L’autore vi si dedicò in tre occasioni. La prima, negli anni '60 per Valentina Cortese e il Teatro Piccolo di Milano; usò il linguaggio della falsità. Poi negli anni '80, Testori scrisse una nuova Erodiade per Adriana Innocenti e curò lui la regia. In questa occasione eliminò la testa di Giovanni Battista dalla scena, trasformando il pubblico in quella testa, cosicché Erodiade si rivolgeva al pubblico e creava un vero e proprio dialogo. Si trattò di un’operazione in cui si andava a recuperare tutta quella parte carnale e viscerale, totalmente assente nel primo testo. Poi nel '94-'95, praticamente alla fine della sua vita, Testori scrisse Erodiàs.

Come avete lavorato sui tre lunghi testi per arrivare a creare il monologo?
«Cristina ha fatto un adattamento, riducendo molto. Quindi ha ideato un unico personaggio, dimostrando come là dove la parola cambia, cambia anche l’attore e si crea un nuovo personaggio. La nuova figura è essenzialmente quella di una tardona come tante, che perde potere, insieme alla bellezza. Così si va spogliando dalle bugie che è si è raccontata; la lingua si spoglia insieme a lei e dalla lingua alta della prima parte si arriva alla lingua popolare, dialettale e un po’ di fantasia dell’ultima parte dove finalmente, è ancora la lingua a permettere al personaggio di ammettere i propri errori, di confessarsi e passare dal tragico all’ironico in una battuta. Questa è la parte più difficile, ma anche quella in cui il pubblico ride di più, anche se di riso amaro si tratta».

In quale delle tre parti si sente più a suo agio?
«Sarebbe più facile rispondere la terza, dove appunto c’è molta comicità. Io infatti recito anche in napoletano antico e moderno (allo stabile di Genova quest’inverno ero nel Sior Todero Brontolon di Goldoni). Lavorare sulla lingua è una cosa che mi riesce molto bene. Come attrice mi è piaciuta la sfida di studiare la prima parte, dove devo tirarmela da gran figona. Non mi sono mai vista come donna sensuale o vamp. È una cosa moto lontana dalla mia personalità e da me e Cristina come donne».

Erodiadi è un monologo puro, senza musiche e pochi elementi sulla scena come fa a cavarsela un attore/trice?
«Quando gli autori sono autori, è l’attore che deve fare musica, creare i suoni e le emozioni. Il monologo mi piace ma è scelta dura: la critica ti osanna, la produzione fa fatica a venderti e una volta venduto si fa fatica a portare la gente a teatro».

Com’è stato il lavoro con la regista Pezzoli?
«Abbiamo lavorato sui testi dal punto di vista delle donne. Cristina è cattiva con gli attori: sfrutta i loro dolori e le loro mancanze per tirar fuori il personaggio, poi lavora con il metodo dell’intervista. Ti fa sedere e ti interroga sulle abitudini i pensieri e le manie del personaggio, cose che non sono scritte da nessuna parte, ma che tu devi dimostrare di conoscere per dar prova di esserci entrata dentro. La forza dello spettacolo sta proprio nel lavoro della Pezzoli su di me. C’è dentro del mio e del suo. Oggi non ci sono più questi registi che ti lavorano, anche perché gli attori quando sono bravi vogliono fare da sè».

Come definirebbe questo tipo di teatro?
«Teatro di ricerca. Perché come diceva Peter Brook il teatro di ricerca si fa là dove la produzione ti dà tutto il tempo necessario per preparare e approfondire. Noi ci abbiamo impiegato un anno. Questo è il teatro di ricerca non quello che mescola i video e altre arti, il teatro è un attore in scena, in carne ed ossa, che racconta una storia, punto. Il resto lo fa il cinema.
Volevo ancora dire che questo spettacolo è teatro di ricerca anche nelle luci e nei costumi: la pelliccia che indosso in scena è stata realizzata da una bravissima costumista, Rosanna Monti, del Teatro del Carretto, (spesso premiata) e pesa 8 chili».

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