© Ancila Mettekkatt
Perché poi declina questa corrente architettonica?
«Il brutalismo declina perché ha un’estetica non facilmente comprensibile e condivisibile; inoltre, è un’architettura molto costosa. Lavorare con il cemento in cantiere, in modo raffinato come facevano i brutalisti, significa disporre di manodopera a basso costo ma con alte competenze, anche artigianali, che oggi è molto più difficile da trovare».
A Genova, quali sono gli edifici brutalisti che possiamo individuare con sicurezza?
«Un esempio significativo di architettura brutalista a Genova è il Centro dei Liguri, realizzato nell’ambito di un ampio piano di riorganizzazione delle aree centrali della città, che ha comportato anche la demolizione della vecchia via Madre di Dio.
In particolare, la parte progettata dall’architetto genovese Marco Dasso — riconoscibile per le sue tonalità grigie — rappresenta un esempio di brutalismo in purezza, con riferimenti evidenti, ad esempio, all’opera di Paul Rudolph, uno dei maggiori esponenti del brutalismo americano. A differenza della zona con i toni del rosso, progettata da Franco Albini e Franca Helg, quella di Dasso si distingue per l’uso espressivo del cemento a vista, lavorato con grande attenzione alla resa estetica. Dasso, in altri suoi lavori, collabora anche con Denys Lasdun, uno dei principali architetti brutalisti inglesi. L’edificio si caratterizza inoltre per una struttura urbana a cluster, cioè a gruppi di volumi, che richiama l’organizzazione della città storica, reinterpretata con forme nuove ma con la stessa idea di struttura urbana. Un altro esempio noto è la Casa Forte Quezzi, conosciuta anche come il Biscione, progettata da Luigi Daneri, con Eugenio Fuselli e altri architetti.
La parte più alta, firmata direttamente da Daneri, mostra chiari riferimenti alla seconda fase dell’opera di Le Corbusier: cemento armato a vista e un’impostazione monumentale applicata all’edilizia residenziale. Questo è un elemento distintivo del brutalismo, che attribuisce un carattere di monumentalità anche all’architettura popolare, tradizionalmente riservato a edifici pubblici come chiese, teatri e palazzi. Un terzo esempio è quello del quartiere Pegli 3, comunemente noto come Le Lavatrici, oggi ribattezzato quartiere San Pietro.
Il progetto, firmato principalmente da Aldo Luigi Rizzo con Aldo Pino, Andrea More e Angelo Sibilla, è un chiaro esempio di brutalismo, soprattutto per la monumentalizzazione dell’edilizia sociale. Anche qui ritroviamo una struttura a cluster, che richiama quella di un antico villaggio, e un uso marcato del cemento a vista, in questo caso prefabbricato, che contribuisce fortemente alla qualità espressiva dell’intervento».
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