© Ancila Mettekkatt
Lei ha fatto questi tre esempi di brutalismo a Genova. Ma c'è qualche differenza tra di loro?
«Sì, direi che se analizziamo i tre casi dal punto di vista stilistico ed estetico in modo più rigoroso, l’unico che rientra pienamente nei canoni del brutalismo è il Centro dei Liguri. In questo caso, infatti, c’è una chiara volontà progettuale di inserirsi — se non proprio in un movimento — quantomeno in una precisa corrente stilistica. Negli altri due esempi, invece, è più una lettura a posteriori: siamo noi, oggi — architetti, storici dell’architettura o anche semplici cittadini — a riconoscere in quelli edifici alcuni tratti che ci fanno dire: ah questo è brutalismo!
In sostanza, attribuiamo loro quell’etichetta perché vi identifichiamo caratteristiche tipiche del brutalismo, ma non è detto che ci fosse un’intenzione esplicita da parte dei progettisti di aderire a quella corrente. Come spesso accade con le etichette, è facile applicarle, ma è altrettanto facile toglierle: altri potrebbero leggerli in modo diverso, e anche noi potremmo interpretarli secondo altre prospettive. Tuttavia, quei progetti presentano sicuramente caratteri di brutalismo».
Queste strutture non sono considerate belle dalla maggior parte della popolazione, ma possiamo definirle brutte?
«Ci vorrebbe una giornata intera per parlare di questo! Innanzitutto, va detto che ogni persona ha il diritto di giudicare ciò che è bello o brutto in base alla propria sensibilità. Questo vale per qualunque prodotto dell’ingegno umano, architettura compresa. Nel caso specifico del brutalismo, si tratta di un’estetica non immediata, difficile da comprendere e da accogliere. È un linguaggio duro, nato nella Londra del dopoguerra: una città segnata dalla distruzione dei bombardamenti e da una società impoverita, austera, ferita. Quando cambia il contesto — sociale, culturale ed economico — cambia anche la percezione di un’opera. Capire il brutalismo oggi richiede uno sforzo di contestualizzazione. Non serve essere storici dell’architettura: serve solo la volontà di comprendere, di collocare un edificio nel tempo e nelle intenzioni con cui è stato progettato. Comprendere non significa necessariamente apprezzare, ma è il primo passo. A complicare il giudizio c’è poi il fatto che molte architetture brutaliste, nel tempo, hanno fallito nel raggiungere i loro obiettivi. Penso, ad esempio, alle Lavatrici o anche al Centro dei Liguri. Il Biscione, tutto sommato, è considerato un successo, soprattutto da chi ci vive. Ma i fallimenti di molte strutture non sono imputabili solo all’architettura: derivano spesso da fattori esterni, come errori di pianificazione urbanistica, scelte politiche, problemi nella gestione, nella manutenzione o nella realizzazione di servizi promessi e mai completati. Per esempio, nel caso delle Lavatrici, molte parti comuni e servizi previsti non sono mai stati completati, o si sono progressivamente degradati. Anche la componente commerciale, che oggi sembra riprendersi, per molto tempo è rimasta sottoutilizzata. Nel caso del Centro dei Liguri, inoltre, c’è una questione più profonda: molti genovesi proiettano su quell’edificio il dolore e la rabbia per la distruzione di via Madre di Dio, che fu sicuramente un delitto e una scelta sbagliata. Ma gli architetti del Centro dei Liguri non hanno alcuna responsabilità politica in quella decisione: hanno solo progettato ciò che venne dopo.
Chi arriva da fuori, e non conosce la storia di via Madre di Dio, lo guarda in modo diverso. Lo trova interessante. Anche i più giovani — magari informati ma non coinvolti emotivamente — tendono a vivere quello spazio con più libertà. Oggi vi si organizzano eventi, festival musicali, mercati alternativi».
Quali sono i vantaggi di questo tipo di architettura?
«Oggi, in realtà, sono pochissimi i vantaggi degli edifici brutalisti. Sarebbe molto costoso costruirli, e anche poco sostenibile dal punto di vista ambientale ed energetico. Non è un caso, infatti, che oggi se ne costruiscano pochissimi. Ci sono eccezioni, come in alcune aree della Cina contemporanea, dove il contesto è diverso, sia in termini di costi che di disponibilità e competenze della manodopera
Il vero valore del brutalismo oggi risiede negli edifici già esistenti. Sono testimonianze storiche. Esattamente come via Garibaldi, che oggi consideriamo un capolavoro, ma che all’epoca fu il frutto di un intervento violento: costruito da ricchi proprietari a ridosso di quartieri poveri.
Anche le architetture brutaliste raccontano una storia importante, come quella dello Stato sociale, che oggi molti rimpiangono. Un’epoca in cui lo Stato si faceva carico del benessere collettivo, a sostegno delle fasce più deboli della società. Questi edifici raccontano anche quella storia. Ogni volta che cancelliamo o ignoriamo il significato profondo di queste architetture, perdiamo un pezzo della nostra storia».
Di Ancila Mettekkatt
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