© Ancila Mettekkatt
Genova, 18/06/2025.
Il brutalismo è una corrente architettonica che si è sviluppata negli anni '50 del Novecento in Inghilterra. È uno stile un po' grezzo, brutale: un’architettura che mostra la sua verità costruttiva e, soprattutto, la verità dei materiali.
Come nasce questo filone? Quando arriva in Italia? Quali sono gli esempi genovesi di brutalismo? Ce lo spiega Antonio Lavarello, architetto e professore presso l’Università di Genova.
Il brutalismo è un filone architettonico sviluppatosi nel Novecento. A chi possiamo attribuire “l’invenzione” di questa corrente? Dove nasce?
«Il brutalismo nasce in Inghilterra a metà degli anni ’50. Il termine viene adottato da alcuni architetti, critici e storici dell’arte, tra cui Peter e Alison Smithson, e in particolare dal critico di architettura Reyner Banham, che proprio in quegli anni scrive un articolo dedicato a questo tema.
Il termine brutalismo, però, esisteva già prima. Deriva dal francese le brut, che significa grezzo, non rifinito, e veniva usato per descrivere, ad esempio, alcune opere dell’architetto svizzero-francese Le Corbusier. Nella seconda fase della sua carriera, Le Corbusier inizia infatti a progettare edifici in cui i materiali – soprattutto il cemento armato – vengono mostrati nella loro forma autentica, così come escono dal cantiere, senza mascheramenti. Questo cemento grezzo viene chiamato in francese béton brut.
Quando, dunque, gli Smithson, Banham e altri parlano di brutalismo, o più precisamente di neobrutalismo, si riferiscono a elementi già esistenti. Si raccolgono riferimenti come il béton brut di Le Corbusier o l’art brut dell’artista Jean Dubuffet, e costruiscono attorno a essi un nuovo immaginario, attribuendo loro un nuovo significato».
Quali sono le particolarità di questa corrente architettonica? E qual è il primo edificio brutalista?
«Proprio a partire dal nome e dalla sua origine, l’idea iniziale del brutalismo è quella di un’architettura che esprime la verità della costruzione e, soprattutto, dei materiali. Non si tratta solo del cemento armato, come spesso si tende a credere. Uno dei primi edifici che si autodefiniscono brutalisti è la scuola di Hunstanton, progettata da Peter e Alison Smithson. In questo caso non si tratta di cemento, ma di una struttura in acciaio, vetro e pannelli leggeri. Tuttavia, l’assemblaggio di questi materiali è molto sobrio, quasi industriale, come se fosse stato realizzato in una fabbrica o in un’officina. L’intento è dunque quello di rendere evidente la verità dei materiali e del processo costruttivo. Questo approccio implica anche un atteggiamento etico. Reyner Banham, critico e storico dell’architettura inglese – che contribuisce a definire culturalmente, più che professionalmente, il movimento – scrive che il brutalismo è una combinazione di etica ed estetica. Si potrebbe quasi dire che si tratta di un’estetica dell’etica: un modo di esprimere, attraverso l’aspetto degli edifici, un atteggiamento etico verso la realtà. Una realtà che include non solo l’onestà nei confronti dei materiali, ma anche il riconoscimento del ruolo sociale dell’architettura.
Le prime architetture propriamente brutaliste, realizzate tra gli anni ’50 e ’60 del Novecento, nascono soprattutto in Inghilterra, ma anche in Francia e in Svizzera. Si tratta, per esempio, di edifici residenziali costruiti dal settore pubblico per fasce di popolazione a basso reddito, e quindi con una funzione sociale ben precisa. Oppure di edifici pubblici di vario tipo: scuole, centri culturali e centri sociali. È un’architettura del welfare state, dello Stato sociale. Per questo motivo porta con sé un atteggiamento etico, e si potrebbe dire anche politico, nei confronti della società».
In Italia, soprattutto, qui, a Genova, quando arriva questo filone?
«Il brutalismo ottiene un grande successo sia dal punto di vista architettonico che culturale. A partire dal nucleo originario sviluppatosi in Inghilterra tra gli anni ’50 e i primi anni ’60, questo modo di fare architettura si diffonde in tutto l’Occidente: in Francia, Germania, Svizzera, Italia e anche negli Stati Uniti, dove emergono figure importanti come Paul Rudolph. In Giappone, inoltre, si sviluppa una produzione brutalista di altissima qualità. Si espande a macchia d’olio, ma perde anche le sue caratteristiche di movimento — ossia di un gruppo coerente di architetti uniti da principi condivisi — per assumere i tratti di uno stile. In questo senso, il brutalismo arriva presto anche in Italia. Quando Reyner Banham, alla fine degli anni ’60, scrive un libro per fare il punto sull’esperienza brutalista, ormai considerata in fase conclusiva, cita tra gli esempi significativi anche un’opera italiana: l’Istituto Marchiondi, progettato da Vittoriano Viganò. Questo dimostra che l’Italia è coinvolta sin dalle prime fasi del movimento.
Con l’evoluzione del brutalismo, la produzione di edifici brutalisti in Italia si intensifica durante gli anni ’70 e ’80. Un recente libro fotografico, realizzato da Roberto Conte e Stefano Perego, è dedicato proprio al brutalismo italiano. Anche la fase genovese del brutalismo corrisponde agli anni ’60, ’70 e ’80 del Novecento».
Instagram post Brutalismo - il Biscione
Perché poi declina questa corrente architettonica?
«Il brutalismo declina perché ha un’estetica non facilmente comprensibile e condivisibile; inoltre, è un’architettura molto costosa. Lavorare con il cemento in cantiere, in modo raffinato come facevano i brutalisti, significa disporre di manodopera a basso costo ma con alte competenze, anche artigianali, che oggi è molto più difficile da trovare».
A Genova, quali sono gli edifici brutalisti che possiamo individuare con sicurezza?
«Un esempio significativo di architettura brutalista a Genova è il Centro dei Liguri, realizzato nell’ambito di un ampio piano di riorganizzazione delle aree centrali della città, che ha comportato anche la demolizione della vecchia via Madre di Dio.
In particolare, la parte progettata dall’architetto genovese Marco Dasso — riconoscibile per le sue tonalità grigie — rappresenta un esempio di brutalismo in purezza, con riferimenti evidenti, ad esempio, all’opera di Paul Rudolph, uno dei maggiori esponenti del brutalismo americano. A differenza della zona con i toni del rosso, progettata da Franco Albini e Franca Helg, quella di Dasso si distingue per l’uso espressivo del cemento a vista, lavorato con grande attenzione alla resa estetica. Dasso, in altri suoi lavori, collabora anche con Denys Lasdun, uno dei principali architetti brutalisti inglesi. L’edificio si caratterizza inoltre per una struttura urbana a cluster, cioè a gruppi di volumi, che richiama l’organizzazione della città storica, reinterpretata con forme nuove ma con la stessa idea di struttura urbana. Un altro esempio noto è la Casa Forte Quezzi, conosciuta anche come il Biscione, progettata da Luigi Daneri, con Eugenio Fuselli e altri architetti.
La parte più alta, firmata direttamente da Daneri, mostra chiari riferimenti alla seconda fase dell’opera di Le Corbusier: cemento armato a vista e un’impostazione monumentale applicata all’edilizia residenziale. Questo è un elemento distintivo del brutalismo, che attribuisce un carattere di monumentalità anche all’architettura popolare, tradizionalmente riservato a edifici pubblici come chiese, teatri e palazzi. Un terzo esempio è quello del quartiere Pegli 3, comunemente noto come Le Lavatrici, oggi ribattezzato quartiere San Pietro.
Il progetto, firmato principalmente da Aldo Luigi Rizzo con Aldo Pino, Andrea More e Angelo Sibilla, è un chiaro esempio di brutalismo, soprattutto per la monumentalizzazione dell’edilizia sociale. Anche qui ritroviamo una struttura a cluster, che richiama quella di un antico villaggio, e un uso marcato del cemento a vista, in questo caso prefabbricato, che contribuisce fortemente alla qualità espressiva dell’intervento».
Instagram post Brutalismo - Le Lavatrici
Lei ha fatto questi tre esempi di brutalismo a Genova. Ma c'è qualche differenza tra di loro?
«Sì, direi che se analizziamo i tre casi dal punto di vista stilistico ed estetico in modo più rigoroso, l’unico che rientra pienamente nei canoni del brutalismo è il Centro dei Liguri. In questo caso, infatti, c’è una chiara volontà progettuale di inserirsi — se non proprio in un movimento — quantomeno in una precisa corrente stilistica. Negli altri due esempi, invece, è più una lettura a posteriori: siamo noi, oggi — architetti, storici dell’architettura o anche semplici cittadini — a riconoscere in quelli edifici alcuni tratti che ci fanno dire: ah questo è brutalismo!
In sostanza, attribuiamo loro quell’etichetta perché vi identifichiamo caratteristiche tipiche del brutalismo, ma non è detto che ci fosse un’intenzione esplicita da parte dei progettisti di aderire a quella corrente. Come spesso accade con le etichette, è facile applicarle, ma è altrettanto facile toglierle: altri potrebbero leggerli in modo diverso, e anche noi potremmo interpretarli secondo altre prospettive. Tuttavia, quei progetti presentano sicuramente caratteri di brutalismo».
Queste strutture non sono considerate belle dalla maggior parte della popolazione, ma possiamo definirle brutte?
«Ci vorrebbe una giornata intera per parlare di questo! Innanzitutto, va detto che ogni persona ha il diritto di giudicare ciò che è bello o brutto in base alla propria sensibilità. Questo vale per qualunque prodotto dell’ingegno umano, architettura compresa. Nel caso specifico del brutalismo, si tratta di un’estetica non immediata, difficile da comprendere e da accogliere. È un linguaggio duro, nato nella Londra del dopoguerra: una città segnata dalla distruzione dei bombardamenti e da una società impoverita, austera, ferita. Quando cambia il contesto — sociale, culturale ed economico — cambia anche la percezione di un’opera. Capire il brutalismo oggi richiede uno sforzo di contestualizzazione. Non serve essere storici dell’architettura: serve solo la volontà di comprendere, di collocare un edificio nel tempo e nelle intenzioni con cui è stato progettato. Comprendere non significa necessariamente apprezzare, ma è il primo passo. A complicare il giudizio c’è poi il fatto che molte architetture brutaliste, nel tempo, hanno fallito nel raggiungere i loro obiettivi. Penso, ad esempio, alle Lavatrici o anche al Centro dei Liguri. Il Biscione, tutto sommato, è considerato un successo, soprattutto da chi ci vive. Ma i fallimenti di molte strutture non sono imputabili solo all’architettura: derivano spesso da fattori esterni, come errori di pianificazione urbanistica, scelte politiche, problemi nella gestione, nella manutenzione o nella realizzazione di servizi promessi e mai completati. Per esempio, nel caso delle Lavatrici, molte parti comuni e servizi previsti non sono mai stati completati, o si sono progressivamente degradati. Anche la componente commerciale, che oggi sembra riprendersi, per molto tempo è rimasta sottoutilizzata. Nel caso del Centro dei Liguri, inoltre, c’è una questione più profonda: molti genovesi proiettano su quell’edificio il dolore e la rabbia per la distruzione di via Madre di Dio, che fu sicuramente un delitto e una scelta sbagliata. Ma gli architetti del Centro dei Liguri non hanno alcuna responsabilità politica in quella decisione: hanno solo progettato ciò che venne dopo.
Chi arriva da fuori, e non conosce la storia di via Madre di Dio, lo guarda in modo diverso. Lo trova interessante. Anche i più giovani — magari informati ma non coinvolti emotivamente — tendono a vivere quello spazio con più libertà. Oggi vi si organizzano eventi, festival musicali, mercati alternativi».
Quali sono i vantaggi di questo tipo di architettura?
«Oggi, in realtà, sono pochissimi i vantaggi degli edifici brutalisti. Sarebbe molto costoso costruirli, e anche poco sostenibile dal punto di vista ambientale ed energetico. Non è un caso, infatti, che oggi se ne costruiscano pochissimi. Ci sono eccezioni, come in alcune aree della Cina contemporanea, dove il contesto è diverso, sia in termini di costi che di disponibilità e competenze della manodopera
Il vero valore del brutalismo oggi risiede negli edifici già esistenti. Sono testimonianze storiche. Esattamente come via Garibaldi, che oggi consideriamo un capolavoro, ma che all’epoca fu il frutto di un intervento violento: costruito da ricchi proprietari a ridosso di quartieri poveri.
Anche le architetture brutaliste raccontano una storia importante, come quella dello Stato sociale, che oggi molti rimpiangono. Un’epoca in cui lo Stato si faceva carico del benessere collettivo, a sostegno delle fasce più deboli della società. Questi edifici raccontano anche quella storia. Ogni volta che cancelliamo o ignoriamo il significato profondo di queste architetture, perdiamo un pezzo della nostra storia».