© Ancila Mettekkatt
Quali sono le particolarità di questa corrente architettonica? E qual è il primo edificio brutalista?
«Proprio a partire dal nome e dalla sua origine, l’idea iniziale del brutalismo è quella di un’architettura che esprime la verità della costruzione e, soprattutto, dei materiali. Non si tratta solo del cemento armato, come spesso si tende a credere. Uno dei primi edifici che si autodefiniscono brutalisti è la scuola di Hunstanton, progettata da Peter e Alison Smithson. In questo caso non si tratta di cemento, ma di una struttura in acciaio, vetro e pannelli leggeri. Tuttavia, l’assemblaggio di questi materiali è molto sobrio, quasi industriale, come se fosse stato realizzato in una fabbrica o in un’officina. L’intento è dunque quello di rendere evidente la verità dei materiali e del processo costruttivo. Questo approccio implica anche un atteggiamento etico. Reyner Banham, critico e storico dell’architettura inglese – che contribuisce a definire culturalmente, più che professionalmente, il movimento – scrive che il brutalismo è una combinazione di etica ed estetica. Si potrebbe quasi dire che si tratta di un’estetica dell’etica: un modo di esprimere, attraverso l’aspetto degli edifici, un atteggiamento etico verso la realtà. Una realtà che include non solo l’onestà nei confronti dei materiali, ma anche il riconoscimento del ruolo sociale dell’architettura.
Le prime architetture propriamente brutaliste, realizzate tra gli anni ’50 e ’60 del Novecento, nascono soprattutto in Inghilterra, ma anche in Francia e in Svizzera. Si tratta, per esempio, di edifici residenziali costruiti dal settore pubblico per fasce di popolazione a basso reddito, e quindi con una funzione sociale ben precisa. Oppure di edifici pubblici di vario tipo: scuole, centri culturali e centri sociali. È un’architettura del welfare state, dello Stato sociale. Per questo motivo porta con sé un atteggiamento etico, e si potrebbe dire anche politico, nei confronti della società».
In Italia, soprattutto, qui, a Genova, quando arriva questo filone?
«Il brutalismo ottiene un grande successo sia dal punto di vista architettonico che culturale. A partire dal nucleo originario sviluppatosi in Inghilterra tra gli anni ’50 e i primi anni ’60, questo modo di fare architettura si diffonde in tutto l’Occidente: in Francia, Germania, Svizzera, Italia e anche negli Stati Uniti, dove emergono figure importanti come Paul Rudolph. In Giappone, inoltre, si sviluppa una produzione brutalista di altissima qualità. Si espande a macchia d’olio, ma perde anche le sue caratteristiche di movimento — ossia di un gruppo coerente di architetti uniti da principi condivisi — per assumere i tratti di uno stile. In questo senso, il brutalismo arriva presto anche in Italia. Quando Reyner Banham, alla fine degli anni ’60, scrive un libro per fare il punto sull’esperienza brutalista, ormai considerata in fase conclusiva, cita tra gli esempi significativi anche un’opera italiana: l’Istituto Marchiondi, progettato da Vittoriano Viganò. Questo dimostra che l’Italia è coinvolta sin dalle prime fasi del movimento.
Con l’evoluzione del brutalismo, la produzione di edifici brutalisti in Italia si intensifica durante gli anni ’70 e ’80. Un recente libro fotografico, realizzato da Roberto Conte e Stefano Perego, è dedicato proprio al brutalismo italiano. Anche la fase genovese del brutalismo corrisponde agli anni ’60, ’70 e ’80 del Novecento».
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