Cala la tela su un Festival mai come quest'anno specchio del paese. Dalle omelie del molleggiato all'opportunismo della canzone vincitrice. E all'Ariston si affaccia anche la contestazione
Domenica 19 febbraio 2012
È opinione comune che il Festival di Sanremo sia
lo specchio del paese: tra predicatori, commissariamenti e
dimissioni in corso d’opera, mai come quest’anno
espressione fu più tragicamente vera.
Come in ogni crisi che si rispetti, anche all'Ariston vince
l’opportunismo, rappresentato da Emma
Marrone, ragazza del Sud sfornata dal talent show
Amici che s'impone urlando una canzone furbetta su chi
ha dato tanto per il suo paese ma non arriva a fine mese: da
vera rivoluzionaria, quando la premiano non ricorda neanche i nomi
di chi la canzone l’ha scritta.
Tra le lacrime, Emma dedica la vittoria a tante persone, ‘a
chi mi ama e anche a chi non mi ama’; l’anno scorso Roberto
Vecchioni la dedicava commosso ai giovani, alla moglie
e a tutte le donne. Certo, anche Chiamami ancora amore era
per stessa ammissione del prof. una canzone altrettanto furba, ma
pur strizzando l’occhio alla pancia del televoto era
diversamente sincera, spontanea, poetica, capace di fotografare le
speranze della contestazione con grande stile.
Ogni generazione ha i cantori che si merita, ma anche quelli che
vuole premiare: a Emma il televoto, a Samuele
Bersani – in gara con una canzone sulla crisi non
certo tra le più memorabili del suo repertorio - il premio
della critica. E il quindicenne Alessandro
Casillo, che non conosce neanche un pezzo che ha fatto la
storia della musica leggera italiana (da Azzurro alla
Via Gluck), vince il premio di Facebook e quello per il
miglior giovane i gara.
Il trionfo di Emma, seguita in classifica da Noemi e
Arisa, è comunque il giusto suggello di
un’edizione sfilacciata, noiosa, retta da vecchi stilemi da
tv in bianco e nero: dalla valletta straniera con funzione di
complemento d’arredo a un anziano cantante in smoking che
alla soglia dei settant’anni vaga spaesato per il
palcoscenico, in balia del gobbo e in compagnia della pallida
spalla Papaleo.
Anche se si tinge i capelli e corre migliaia di chilometri
all’anno, Gianni Morandi non è
più l’eterno ragazzo di Monghidoro. E quando va in
onda il filmato del suo debutto televisivo, datato 1962, le tinte
grigie non sembrano cambiate di una virgola.
Per carità, il cantante è un brav’uomo, ma
tiene in pugno la conduzione dell’Ariston come un
listino azionario al ribasso: perse le spalle Luca e
Paolo, gli mancano i tempi, la prontezza, sforna gaffes a ciclo
continuo. E se le uniche cose di buon senso in cinque sere le
dicono Luca e Paolo, Geppi Cucciari e Platinette, la tv di pubblico
servizio non ne esce benissimo.
Ogni crisi è fatta di potenzialità
sprecate, e anche questo Festival ha avuto le sue: da Al
Jarreau a Patti Smith, da Brian May a Sarah Jane Morris, una parata
di stelle internazionali ha calcato le tavole dell’Ariston
per duettare coi cantanti nostrani; un programma sulla carta
strepitoso, che in larga parte ha deluso per l’assenza di
prove e di affiatamento. A pagarne le spese è stato il
direttore artistico Gianmarco Mazzi, dimessosi a
poche ore dalla finale ponendo fine a sette anni di regno sulle
cose sanremesi. Speriamo serva ad abbassare lo spread di una
manifestazione ormai al ribasso.
E poi, modello Grecia, il commissariamento del
Festival da parte del direttore generale della Rai,
Lorenza Lei, dopo gli sghembi sproloqui di
Celentano durante la serata inaugurale: dopo alcuni giorni
di stasi, per la finale l’Adriano è tornato per
salvare gli ascolti in calo e togliersi gli ultimi sassolini dalle
scarpe a spese dei contribuenti.
Confuso predicatore, entra cantando la stessa canzone della prima
sera, poi sfrutta ancora la ribalta pubblica per consumare vendette
private. In poco meno di mezzora torna sulla polemica con
Avvenire e Famiglia Cristiana, attacca ancora, ce
ne ha pure per Marco Travaglio, come con chiunque abbia osato
criticarlo. Poi i lunghi silenzi, che sono un boomerang: qualcuno
dal pubblico grida basta!, si conquista la ribalta mentre
il predicatore si disseta. Celentano è in imbarazzo, chiama
l’applauso, in platea claque e
contro-claque si affrontano, poi arriva il verdetto di
Morandi: ‘Adriano non odia nessuno’. Cala la tela.
Poco più in là, Luca e Paolo si congedano
dalle luci della ribalta con il monologo chapliniano del
vecchio clown Calvero, fotografando in chiusura di trasmissione
tutta l’amarezza per un Festival del tutto dimenticabile.
Peccato per le canzoni, alcune valide, inghiottite dal cono
d’ombra del molleggiato. Ma se questa edizione passerà
alla storia per la farfallina di Belén, in
fondo, la crisi è ciò che ci meritiamo.
Matteo Paoletti
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