Torino, 08/10/2025.
Un museo che non rincorra i numeri ma restituisca stupore. È questa la filosofia con cui Paola D’Agostino ha assunto la direzione dei Musei Reali di Torino, incarico ufficializzato il 1° ottobre, dopo quasi un decennio alla guida dei Musei del Bargello di Firenze. «Il mio motto sarà: fermati e guarda. Meglio cento visitatori in meno, ma un’emozione in più», afferma con decisione la nuova direttrice, pronta a inaugurare una stagione all’insegna della qualità dell’esperienza, della ricerca e di una visione culturale più ampia e condivisa.
D’Agostino intende superare la logica dei ranking e delle classifiche, per riportare il museo al suo ruolo originario: luogo di conoscenza, contemplazione e riflessione.
«I Musei Reali non hanno bisogno di primati, ma di sguardi consapevoli. La loro ricchezza sta nella varietà dei capolavori che custodiscono, un patrimonio da riscoprire con attenzione e rispetto».
Uno dei primi obiettivi sarà ampliare la fruibilità degli spazi: «Desidero che sempre più ambienti oggi visitabili solo a rotazione rientrino in un percorso organico e coerente, capace di offrire esperienze sempre diverse».
Nel nuovo corso dei Musei Reali, la Biblioteca Reale occupa un posto speciale.
«È uno scrigno in cui ogni scaffale è un tesoro – spiega D’Agostino –. E non c’è solo Leonardo. È un genio tra pari: le altre collezioni meritano la stessa attenzione. Ci sono molte storie ancora da raccontare, e ogni documento è una finestra aperta sul sapere».
Altro nodo cruciale del programma è restituire centralità alla dinastia sabauda, spesso marginalizzata nella narrazione storico-artistica italiana.
«Nei manuali e nella letteratura recente i musei torinesi quasi non esistono – osserva –. I Savoia hanno avuto un ruolo fondamentale nella politica culturale e nella costruzione dell’identità italiana. Se i Medici e i Borbone sono celebrati, il contributo dei Savoia alla formazione delle collezioni e alla promozione delle arti resta in ombra. È tempo di colmare questo vuoto e riportare alla luce il loro progetto culturale».
Il lavoro dei prossimi anni si muoverà su due piani paralleli: uno di programmazione annuale e uno strategico a quattro anni. «Quattro anni sono tanti e pochi allo stesso tempo – ammette –. Vorrei che i Musei Reali tornassero protagonisti di una grande mostra internazionale, magari capofila di un progetto collettivo come accadde nel 1969 con l’imponente esposizione dedicata al Barocco. Servono coraggio, rete e confronto».
Lo spirito è quello della collaborazione: «Da ragazza giocavo a pallavolo come alzatrice: mi piaceva far gioco di squadra. Credo che la cultura debba funzionare allo stesso modo».
D’Agostino guarda con attenzione anche ai più giovani, convinta che il futuro dei musei passi attraverso la loro partecipazione attiva.
«I Musei Reali sono musei di Stato, quindi un servizio per la comunità. Pochi luoghi al mondo permettono ai ragazzi dai 18 ai 25 anni di entrare con un biglietto da 2 euro, ma non basta: bisogna far capire che il museo è un posto dove si può stare bene, imparare, sentirsi accolti».
E conclude: «Se in quattro anni riuscirò a far entrare anche solo qualche giovane in più, sarà il mio risultato più grande. Perché senza la consapevolezza del passato non esiste futuro».