Torino, 11/08/2025.
Il Cinema Ambrosio di Torino, storica multisala di corso Vittorio Emanuele II aperta nel 1913 e chiusa dal 2019, attende ancora la ristrutturazione promessa. Nonostante finanziamenti pubblici milionari e più date di riapertura annunciate, i lavori non sono mai davvero iniziati.
Ad aprile 2024 il proprietario Sergio Troiano assicurava che la riapertura sarebbe avvenuta in ottobre. A gennaio 2025, una nuova promessa: “Questa volta è certa al 100%”. Siamo ad agosto e le porte restano sbarrate, i telefoni muti. Dopo numerosi tentativi, Troiano ha risposto solo con un breve messaggio su WhatsApp: “Per adesso non ho niente da dire”.
Nel 2019 l’Ambrosio partecipò al bando del Ministero della Cultura per il potenziamento delle sale cinematografiche. Nel 2022 ottenne il contributo massimo di 1,5 milioni di euro, la stessa cifra destinata al cinema Barberini di Roma, che però riaprì già nell’ottobre dello stesso anno con sei sale rinnovate e tecnologie all’avanguardia. Oggi ospita eventi internazionali come il Mia - Mercato dell’Audiovisivo. A Torino, invece, l’Ambrosio è ancora fermo.
All’interno, la situazione è immutata dalla demolizione: sale sventrate, muri abbattuti, bagni fatiscenti, vecchie poltrone e proiettori accatastati. Nessun ponteggio, nessun attrezzo, nessun cartello di cantiere, obbligatorio per legge.
La multisala si trova in Palazzo Priotti, tra via Rattazzi, corso Vittorio e via Carlo Alberto. Negli anni si è parlato di spostare l’ingresso, ma quello più probabile rimane su corso Vittorio, nelle ex vetrine della banca Affide, chiusa nel 2020. Oggi i vetri sono coperti da un telo polveroso e lacero, dietro cui resiste il manifesto sbiadito di un vecchio film.
Il 24 ottobre 2024 è stato riaperto l’ex atrio del cinema, ristrutturato e reso indipendente dalla multisala. Affittato a lungo termine, ospita ora un Kentucky Fried Chicken.
Tre anni dopo il finanziamento statale, il futuro dell’Ambrosio resta incerto. La storica insegna al neon rosso e blu, un tempo all’ingresso, oggi giace rotta e appoggiata a uno schermo spento: l’immagine perfetta di un progetto culturale fermo, sospeso tra promesse e attese infinite.