Toni Servillo al Salone del Libro 2025: “Il cinema? Un caos organizzato. Io resto un uomo di teatro”

Torino, 16/05/2025.

«Ho scoperto il cinema all’oratorio» racconta Toni Servillo, ospite della sezione Cinema del Salone del Libro 2025 in dialogo con Francesco Piccolo. «È lì che l’ho incontrato per la prima volta, ed è stata una fortuna: ho visto dei capolavori a un’età giovanissima. Era un’alternativa complessa ai primi romanzi. Mi innamorai di Balzac grazie a Truffaut».

È un ricordo personale ma anche un manifesto poetico, quello dell’attore napoletano. Perché la scoperta del cinema, dice, «è un ingrandimento del particolare che si avvicina a te nel buio della sala, come in una scena primaria. Sempre condite dalla noia. E oggi, che viviamo in un tempo di intrattenimento infinito, non riusciamo più a sviluppare quel senso critico che viene solo dopo ore e ore di noia».

Oggi il cinema, secondo Servillo, è «un caos. Un caos organizzato, però. E il regista è il faro». Ma nonostante la lunga carriera tra set e palcoscenico, ribadisce con decisione: «Io mi considero soprattutto un uomo di teatro: la mia vasca climatizzata è il palcoscenico. Il cinema lo alterno al teatro, non potrei farlo a tempo pieno, ma continuo a frequentarlo con lo stupore della prima volta».

Un rapporto che si regge sulla fiducia. «Il cinema deve fermare un momento che fa parte di un’ossessione del regista. A te non resta che donarti, e dargli quello che vuole».

Tra i registi con cui ha collaborato più intensamente, c’è Paolo Sorrentino. «Per me Paolo è innanzitutto uno straordinario sceneggiatore e dialoghista. Scrive forsennatamente, a una velocità impressionante. La nostra è un’alchimia che non so definire, e forse è bello che resti in quella dimensione magica. Non ci vediamo nemmeno così spesso».

Ma Servillo ci tiene a precisare: «Non ho mai fatto lavori da mercenario. Devo potermi arricchire nel mondo che il regista costruisce. Fare l’attore è un mestiere molto prostituito. Bisogna fare i conti con la solitudine, con tantissime rinunce. Io riempio quaderni riscrivendomi le battute, cercando di imparare non tanto l’espressività, quanto il senso profondo».

E se oggi, tra streaming e algoritmi, il cinema rischia di diventare sempre più un prodotto, il teatro continua a offrire una via resistente: «Ha senso riunire ancora delle persone in una situazione così democratica. Il teatro ti invita a riflettere su qualcosa e tu deleghi agli attori il compito di innescare la miccia in un testo e farlo esplodere».

Una vocazione, la sua, che non si è mai spenta: «Io ho avuto la fortuna di scegliere questa carriera, ma bisogna farlo con grande attenzione. Nel cinema oggi sei un elemento di mercato, molto più che in passato. Questo condiziona le scelte produttive, penalizza la libertà creativa e spesso inibisce i linguaggi inediti. Perché oggi tutto deve funzionare».

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