Valter Malosti in Shakespeare: Poemetti (Venere e Adone & Lo stupro di Lucrezia)

Valter Malosti © Laila Pozzo Valter Malosti © Laila Pozzo
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DA Martedì14Aprile2026
A Domenica19Aprile2026

Dopo aver vinto nel 2009 il Premio dell’Associazione Nazionale Critici di Teatro per lo spettacolo Shakespeare: Venere e Adone e aver diretto nel 2012 Lo stupro di Lucrezia (per il quale Alice Spisa ha ricevuto il Premio Ubu 2013 come Nuova Attrice Under 30), il direttore di Ert / Teatro Nazionale Valter Malosti ha visto pubblicare nel 2022 le sue traduzioni dei Poemetti di William Shakespeare nella prestigiosa Collezione Bianca di poesia di Einaudi.

Dal 14 al 19 aprile 2026 (martedì e venerdì alle 21.00; mercoledì e sabato alle 19.00; giovedì alle 20.00; domenica alle 17.00) i Poemetti tornano sul palco in forma di concerto al Teatro Astra di Torino (via Rosolino Pilo 6): Malosti è in scena accanto al compositore e musicista Gup Alcaro (Premio Ubu 2023 per il Miglior Disegno del Suono in Lazarus), che firma ed esegue dal vivo il progetto sonoro.

Una versione in cui il regista e interprete amplifica l’alta densità musicale dei due spettacoli, trasfigurando la scena in un paesaggio acustico di grande suggestione, interamente creato dalla potenza della voce e del suono e pervaso dalla ricerca sulla lingua, sul ritmo, e la musica dell’originale shakespeariano. E, anche se nella versione italiana della musica shakespeariana si perde una percentuale altissima, il materiale che resta è da considerarsi un dono inestimabile. Per il grande poeta inglese Ted Hughes, autore del visionario saggio Shakespeare and The Goddess of Complete Being, i Poemetti sono la base in cui individuare idealmente tutta la strategia poetica e i fondamenti metafisici dell’intera opera shakespeariana.

Londra, anno 1593. La peste sta devastando la città, i teatri sono chiusi. William Shakespeare, senza lavoro, trova l’ispirazione, e un patrono: Henry Wriothesley, conte di Southampton. Ne viene fuori un piccolo capolavoro in versi su commissione: il poemetto erotico-mitologico Venere e Adone, che diventerà un grandissimo successo editoriale per l’epoca, ristampato innumerevoli volte fino alla metà del secolo successivo. Venere e Adone sfugge a qualsiasi definizione, poemetto comico eppure tragico, leggero e profondo, un furioso inno all’eros più carnale e ossessivo e un ammonimento contro la Lussuria. La dea che insegue Adone e lo desidera ardentemente, mentre lui le si rifiuta, rovescia certamente i canoni tipici della poesia d’amore. Venere è una dea/macchina, dea ex machina ma anche sex machine, macchina barocca che tritura suoni e sputa parole. Una macchina di baci, una macchina schizofrenica di travestimento, una macchina di morte per l’oggetto del suo amore: Adone.

L’anno successivo, con la peste che ancora infuria in città, Shakespeare riprende un episodio dell’antica storia romana: lo stupro di Lucrezia perpetrato da Sesto Tarquinio, figlio dell’ultimo re di Roma Tarquinio il Superbo (committente e dedicatario il medesimo conte di Southampton). Un atto di terribile violenza raccontato direttamente dalla voce della vittima che si dispiega in un lungo e altissimo flusso di coscienza, in una lunga catena di versi di una forza poetica e di una modernità davvero sconvolgenti. Ma a impressionare ulteriormente il lettore è l’acutissima indagine nella psiche del carnefice, la lucida radiografia dei suoi impulsi tortuosamente contradditori. Figura esemplare dell’antichità, Lucrezia scuote ancora oggi le nostre coscienze e il suo suicidio finale suscita vibranti polemiche e contrapposizioni lasciando senza una risposta ma con una miriade di domande.

I due Poemetti sembrano formare una specie di dittico simmetricamente contrappuntato, in cui la seconda tavola rovescia la prima: dallo sfondo di un paesaggio giorgionesco (e ariostesco) del primo, tutto en plein air e abitato da conigli, cani, cavalli e cinghiali, si passa ad un tragico notturno, immerso in una livida oscurità caravaggesca squarciata
dalla luce di una torcia. Nelle mani di Valter Malosti e Gup Alcaro i Poemetti diventano una sorta di doppia operina musicale: il montaggio fonico attinge alle fonti acustiche più disparate, ai suoni della quotidianità sovrapposti a frequenze elettroniche e distorsioni, filtrando il tutto con musica elisabettiana e contemporanea.

Venere e Adone e Lo stupro di Lucrezia sono anche le uniche opere di Shakespeare di cui il drammaturgo abbia curato personalmente la stampa, cosa mai accaduta né con le sue opere teatrali né con i più famosi Sonetti. Si possono dunque considerare come gli unici e certi originali di quell’autore dai contorni tuttora fascinosamente incerti che corrisponde al nome di William Shakespeare.

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