In Toi, moi, Tituba, l’artista anglo-ruandese Dorothée Munyaneza si rifà al lavoro letterario di Maryse Condé e della filosofa femminista Elsa Dorlin per incarnare la figura di Tituba, schiava accusata di stregoneria durante i processi di Salem, per cercare di riscattare dall’oblio le vittime della storia coloniale.
Come far risuonare i respiri, le vite e i sogni di quegli uomini e quelle donne la cui identità e stessa esistenza sono state negate e schiacciate dalla tratta degli schiavi e dal sistema coloniale? Attraverso le parole? Attraverso il corpo, forse? Attraverso la voce che abita lo spazio, le canzoni che parlano a chi è lì e a chi è lontano?