Uno spazio-buio in cui il suono è spazializzato attraverso la coreografia dei corpi. Un momento immersivo, in cui il pubblico sperimenta una mappatura acustica dello spazio.
La performance prende forma nell’oscurità, intesa come condizione percettiva attiva. Un’oscurità che sospende la visione e innesta crepe nella relazione tra ascolto e spazio. Il corpo diventa superficie sensibile, attraversata da pressioni, correnti, vibrazioni, interamente situata nel buio. Come accade nel vento o nella pioggia, l’ambiente si rende udibile secondo una dinamica transitoria: sorge e si disperde, per poi sorgere ancora, altrove. I suoni si depositano su questo tappeto nero e lo maculano, offrendo orientamento, contatto, una restituzione della propria presenza nello spazio performativo. In questa soglia percettiva, l’ascolto assume una qualità meditativa non per astrazione, ma per un abbandono alla materialità sonica dell’oscurità, non conciliata e instabile. Gli oggetti sonori vengono presentati come agenti capaci di modificare concretamente l’ambiente acustico; la loro risonanza diventa un campo di relazione in cui emergono tensioni, attriti e densità materiche, tanto armoniche quanto dissonanti.