Torino, 28/12/2025.
Da sempre feste e ricorrenze scandiscono il ciclo dell’anno e in Piemonte il periodo tra Natale e Capodanno ha avuto un valore speciale, soprattutto nelle campagne. Era il tempo dei pronostici, come ricordava l’antropologo Gian Luigi Bravo, quando l’osservazione dei giorni serviva a immaginare l’andamento dell’anno che stava per iniziare. Celebre la credenza dei dodici giorni, secondo cui il tempo atmosferico dei dodici giorni successivi al Natale anticipava quello dei dodici mesi futuri. In alcuni paesi, come Mongardino nell’Astigiano, si arrivava a registrare persino le variazioni orarie del clima, nella speranza di prevedere l’intero anno.
Accanto ai pronostici, il Natale piemontese era segnato da riti domestici come quello del ceppo. Nella Vigilia il più anziano della famiglia sceglieva il tronco più grande, lo ungeva e lo poneva nel focolare: più a lungo bruciava, più era considerato un segno di fortuna. I tizzoni venivano poi conservati e usati come protezione simbolica contro grandine e temporali estivi.
Il periodo natalizio è anche profondamente legato al teatro popolare e alle sacre rappresentazioni. Tra queste spicca il Gelindo, racconto pastorale in dialetto piemontese diffuso già tra Seicento e Settecento, che attirò l’attenzione anche di Antonio Gramsci, colpito dalla sua forza popolare e dal suo ottimismo contadino. Una tradizione ancora viva: ad Alessandria il “Gelindo dei frati” va in scena da quasi un secolo senza interruzioni, arricchito ogni anno dalla businà, un monologo ironico che rilegge i fatti cittadini dell’anno appena trascorso.
Lo stesso vale per i presepi, un tempo semplici e domestici, oggi spesso monumentali. In Piemonte esistono allestimenti che sono diventati veri musei a cielo aperto, come il Presepe Gigante di Marchetto a Mosso, nel Biellese, con figure a grandezza naturale ricavate dai telai dismessi dell’industria tessile. A Crosa, sempre nel Biellese, da decenni va in scena un presepe vivente interpretato dagli abitanti del paese, trasformando il rito in un momento collettivo di memoria e identità.
Con l’arrivo del Capodanno entrano in scena superstizioni e gesti propiziatori. Nelle campagne piemontesi si accendevano grandi falò per bruciare simbolicamente le negatività dell’anno passato. Ai bambini venivano donate le “streine”, pupazzi di pane augurali legati all’abbondanza. La mattina del primo giorno dell’anno si prestava attenzione al primo incontro: vedere una persona del sesso opposto o specchiarsi appena svegli era segno di fortuna, mentre l’incontro con figure considerate infauste portava cattivo auspicio.
Anche la tavola aveva un ruolo centrale. Lenticchie, dodici acini d’uva nera o datteri erano riti quasi obbligati per augurarsi prosperità. Protagonista assoluto restava il bollito misto, accompagnato da sette salse, tra cui la salsa verde, secondo una simbologia numerica che trasformava il cenone in un gesto carico di significati. Tradizioni diverse tra loro, ma unite da un’idea comune: iniziare l’anno nuovo nel modo più favorevole possibile, affidandosi a riti antichi che ancora oggi raccontano l’anima popolare del Piemonte.
Di Giulia De Sanctis