Sicilia, fine anni'80.
Due cugini crescono come fratello e sorella e giocano per cancellare la solitudine ancestrale di una famiglia senza padri.
Sono prede troppo vulnerabili senza nessuno che dia difesa o consapevolezza: dietro le persiane è nascosto un paese che spia, giudica e non vive.
Lei sogna di lasciare quell’isola che li culla e li affoga. Lui sogna di amare liberamente un uomo.
Come in una tragedia antica va espiata la colpa di chi si ribella e il giovane puro è sporcato dallo spettro dell'hiv.
Lui che mai niente con nessuno aveva fatto s'infetta d'amore.
Mentre tutti piangono già la sua morte, il suo istinto alla vita esplode candido e redime il paese.
Dentro tre riti sull'amore, io, mai niente con nessuno avevo fatto è la stazione della veglia.
Dal momento in cui il virus viene solo nominato, a Giovanni viene assegnata una morte: viene visto come un fantasma.
E' questa la veglia che gli spettatori, come un coro, sono chiamati a spiare: come dal buco di una serratura, dentro una stanza funebre.
Qui i morti e i vivi si accompagnano per mano. Il tempo non scorre: si piega, si ripete, si apre in possibilità.
Lo spettatore non sa se davanti a sé scorre un fatto, un sogno, o un'immagine già postuma. Il traghetto, la corsa, il vento, i delfini sono immagini che ripiegano sul mare, magica soglia.
Da quel fondo, non più mito ma passaggio, Giovanni e Rosaria sognano di riemergere.