Radura della Memoria e Parco sul Polcevera. Il 14 agosto l'inaugurazione con l'installazione di Luca Vitone - Genova

Radura della Memoria e Parco sul Polcevera. Il 14 agosto l'inaugurazione con l'installazione di Luca Vitone

Mostre Genova Lunedì 10 agosto 2020

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Genova - Venerdì 14 agosto a due anni esatti dal crollo del Ponte Morandi e a pochi giorni dall'apertura del nuovo ponte che ha ricongiunto la città di Genova, verrà inaugurata con una cerimonia in ricordo delle 43 vittime, la Radura della Memoria, parte che farà parte del Parco del Polcevera. Si tratta di un'installazione temporanea, tra via Fillak e via Porro, per non dimenticare quanto avvenuto quel 14 agosto del 2018, con un'installazione provvisoria - in attesa della realizzazione definitiva del Memoriale - a cura di Luca Vitone con Studio Stefano Boeri Architetti, Metrogramma Milano e Inside Outside, Petra Blaisse.

La Radura della memoria sarà un'opera di forte impatto emotivo: un cerchio dal diametro esterno di circa 50 metri, composto da 43 alberi di specie diverse disposti su un podio in legno largo circa 7 metri e alto 45 cm da terra.

«Ogni pianta ha una sua personalità, incanta e stupisce, rallegra o inquieta, a seconda della forma, dei colori, della luce che irradia. Ogni persona si può identificare in un albero per atteggiamento, costituzione, ideale; ma nessuno potrà mai esserne padrone. Potrà solo a sua volta voler essere albero» scriveva Luca Vitone nel 2009 a proposito della sua opera Vuole Canti, 18 immagini di alberi, fotografati nella città di Trento, città dove alla Civica Galleria si teneva la mostra. Gli alberi vennero trasformati nella personificazione di 18 compagni artisti, che come Vitone debuttarono, chi poco prima, chi poco dopo, nel mondo dell’arte, negli anni Ottanta.

In quello stesso testo scritto per Vuole Canti Vitone proseguiva affermando che stare in un bosco è come stare in una pinacoteca e che gli alberi sanno raccontare, con il loro silenzio di parole, il trascorrere del tempo con la medesima forza di un dipinto, come se uomini e alberi non fossero poi così diversi: «Ogni radice, nervatura del tronco, ramo, foglie sono particolari che diventano metafore, simboli del nostro vivere».

Per il Parco sul Polcevera a cui Luca Vitone è stato chiamato a collaborare dallo Studio Stefano Boeri Architetti, non è dunque casuale che l’artista, che da sempre lavora sul luogo come riserva protetta di vissuto e di memoria individuale e collettiva, abbia inteso realizzare un bosco, dedicato alle persone che hanno perso la vita durante la tragedia del crollo del ponte Morandi.

Un bosco, quello della Radura della Memoria, costituito da specie differenti, biodiversità che nell’intento di Vitone rimanda alla necessità di restituire a quelle persone accomunate dal destino che le ha rese vittime, una loro personalità peculiare, al di là di ogni connotazione di qualsivoglia natura accidentale. L’attribuzione all’albero in questo senso sarà un processo lento e relazionale, che avverrà quando gli alberi saranno messi definitivamente a dimora.

In questa prima fase di presentazione, di matrice altamente collaborativa rispetto a tutte le figure che lo Studio Boeri ha coinvolto nel progetto, tra cui Petra Blaisse di Inside Outside di Amsterdam che ha realizzato la grande pedana di legno di 50m di diametro, i  giovani alberi saranno in vaso e disposti in un doppio cerchio concentrico, come a formare una radura atta a ricevere la luce dei giorni e il buio delle notti, come in un arcano luogo magico dove si affacciava il mistero della vita e della morte. In quel bosco antropizzato in cornice ci saranno, scelti insieme alla agronoma del team Laura Gatti: il castagno, il corbezzolo, il nocciolo e il frassino, l’ulivo e il noce, il ciliegio e il tiglio, il melo e il faggio, l’albicocco e l’arancio amaro il cui nettare lievemente afrodisiaco protegge il riposo dagli incubi. Un anfiteatro in cui il tempo è forgiato dalla natura a protezione della memoria e della biodiversità di ogni specie, ma anche della peculiarità di ogni individuo e in modo speciale di quelle donne di quegli uomini di quei bambini, che prima di venire trasformati dalla tragedia in vittime, hanno riso e hanno pianto, hanno amato e sono stati amati e amati lo rimarranno per sempre.

Un’opera dunque incentrata all’etos della conservazione del vissuto e della vita attraverso la capacità degli alberi e del bosco di rinverdire e rigenerarsi in ogni istante.
D’altra parte anche in area mediterranea il primo luogo sacro nella storia dell’umanità fu il bosco, in latino lucus, plurale di luci. Templi e chiese arrivarono dopo quando all’animismo furono sostituiti il politeismo e infine il monoteismo. Le colonne torreggianti dei templi e delle chiese e la luce che filtra sottile e trasparente, richiamano la radura del bosco sacro che la gente di ecosistema a differenza di quella di biosfera proteggeva e venerava come inviolabile. Nelle cornici di quei boschi era proibito abbattere gli alberi, raccogliere i rami e cacciare gli animali selvatici. Erano riserve atte a preservare l’ecosistema dallo sfruttamento eccessivo. Sembra che il 30% del territorio e delle risorse idriche erano protetti e inviolabili fino a quando al bosco sacro fu permesso di esistere.

Nell’antico bosco sacro di Spoleto c’era un cippo lapideo che conteneva la lex luci spoletina, risalente al tardo IV secolo a.C., primo esempio di norma forestale avvalorata dalla sacralità.
Il culto degli alberi era così diffuso anche in Europa che indusse nel IV secolo d.C. l’imperatore romano Teodosio II ad abbattere i sacri boschi dei celti e dei romani e a vietare ogni culto sfuggente e primitivo che riguardasse gli alberi.
Il dialogo tra gli uomini dell’ecosistema e gli alberi si perde nella notte dei tempi e continua anche quando dell’albero rimane il legno.

Il bosco del Parco che Luca Vitone, in questo momento di profonda crisi ecologica, causata dallo sfruttamento commerciale delle risorse naturali, dedica alle vittime del ponte, con l’auspicio che venga trasformato in una  riserva di gestione comunitaria, fuori dai topoi letterari e dai miti ambientalisti del biocapitalismo, della biopolitica e della bioetica che tendono a deantropizzare e a deruralizzare in nome di una natura arcadica che non è mai esistita, giacché gli estesi disboscamenti avvenuti tra il ‘700 e l’800 in Italia, come quelli che accadono oggi in Amazzonia o in Indonesia, non furono operati dai contadini bensì da speculatori borghesi.

Un’opera politica, il bosco di Vitone, realizzata perché in uno dei futuri possibili qualcuno possa vedere i giovani alberi addomesticati di oggi, trasformati dal tempo in creature antiche e magnifiche, raccontando anche in quello spazio-tempo altro che il mito della natura incontaminata è un mito coloniale e neo-coloniale che non esiste perché non esiste una dimensione naturale staccata dall’economia e dalla politicaTopos su cui si fonda la società della biosfera per sfruttare beni collettivi e trasformare ogni risorsa naturale o sociale da un sistema di controllo comunitario alla privatizzazione creando vittime su vittime lungo la strada.

Un’opera contemporanea Il bosco di Vitone densa di simboli e significati, d’altra parte Frazer nel Il ramo d’Oro afferma: «Talvolta si crede che siano le anime dei morti a dare vita agli alberi».
Un monumento, non sappiamo se retorico o anti-retorico a coloro che più che apparirci vittime di un incidente fatale, constatiamo essere caduti di una strage evitabile.

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