Livermore e il Nazionale al tempo del Coronavirus: «Abbiamo data per scontata la cultura» - Genova

Livermore e il Nazionale al tempo del Coronavirus: «Abbiamo data per scontata la cultura»

Teatro Genova Lunedì 30 marzo 2020

Davide Livermore
© ph. Paola Leoni

Genova - «È un momento storico, uno di quei colli di bottiglia che non pensavamo di vivere più. E invece pare che non sia così», commenta sinteticamente Davide Livermore, regista e neodirettore del Teatro Nazionale di Genova, discutendo dell'attuale condizione in cui il Coronavirus ha gettato il pianeta e, tra le tante realtà, il mondo del teatro. Attualmente a Valencia in Spagna, dove risiede quando non è in viaggio per le sue produzioni, Livermore osserva il presente con ottimismo e una determinazione che lo proietta verso azioni propositive.

Occorre certo guardare al futuro, continuare a lavorare e prepararsi, invece di restare bloccati in questa sospensione ma è necessario anche non farsi sfuggire alcuni aspetti che hanno un loro potenziale, in un momento tanto negativo e traumatico: «Questa è una grande occasione. Devo registrare un dato: abbiamo data per scontata la cultura. Questa crisi clamorosa poteva spazzarci via e, invece, sento le parole di Bucci (sindaco di Genova), della Cavo (assessora a Cultura e turismo della Regione), e sento anche le parole del Ministero, che dovranno concretizzarsi certo, ma comunque testimoniano che c’è una volontà. Avevamo dato per scontato che la gente non ci riconoscesse più e ora vediamo invece quanto la gente si collega su social o esce sul balcone a vedere la performance di un artista, ad ascoltare un cantante o un musicista».

L'urgenza, vista la tempistica incerta che sta prolungando la chiusura dei teatri, è legata come per molti altri settori alla condizione di lavoratrici e lavoratori. Quali strumenti avete messo in atto o state discutendo per chi è strutturata/o e per i precari? «C’è un verbo genovese, ‘bordesare’ che significa navigare mantenendo una distanza fissa dalla costa per verificare le variazioni climatiche e decidere il da farsi. Ecco siamo in questa situazione. Adotteremo sicuramente la cassa integrazione - di per sé uno strumento che c'entra poco con il teatro almeno storicamente. Siamo anche pronti ad anticipare soldi senza aspettare i tempi tecnici, per non lasciare nessuno senza stipendio. Nessuno perderà il posto, anche se magari avrà uno stipendio con una percentuale che non è piena. Quello che va riconosciuto è che il governo ci sta mettendo a disposizione degli strumenti e questo non è cosa da poco».

Uno di questi è stato incluso nel Decreto Legge 18 (Art. 88) del 17 marzo 2020, dove si definisce che i rimborsi relativi ai biglietti degli spettacoli cancellati possono essere trasformati in voucher (invece che restituiti in forma di denaro contante) da spendere nell'arco di un anno presso il teatro. L'altra è la cosiddetta indennità Covid-19 previste per il mese di marzo 2020 rivolta a vari profili di lavoratori/trici autonome/i, tra cui anche quelli/e dello spettacolo. In estrema sintesi: è un importo pari a 600 euro, non soggetto ad imposizione fiscale, non cumulabile e non riconosciuta ai percettori di reddito di cittadinanza, ma compatibile e cumulabile con le erogazioni monetarie derivanti da borse lavoro, stage e tirocini professionali, nonché i premi o sussidi per fini di studio o di addestramento professionale (tutte le info sul sito dell'INPS, incluso il modulo per fare richiesta).

«C’è un ambito che è come sempre meno rappresentato a livello di categoria, e siamo noi artisti che siamo sempre stati dei ciclisti in fuga; non ce la facciamo a stare in gruppo e quando ci è stato chiesto di farlo, non siamo stati in grado di costituire una realtà seria, a livello sindacale. Agli scritturati comunque, parlo per il Teatro Nazionale di Genova, saranno garantiti i 12 gg di paga minima. Io stesso ho perso 4 produzioni, almeno fino ad ora (fine marzo 2020). Spero che si arresti la cosa, ma ho la fortuna di essere sia da una parte che dall’altra e a non perdere di vista le due facce della vicenda che stiamo subendo. Anche a livello di ipotesi il Ministero della cultura si sta muovendo per confermare le contribuzioni, lo sa benissimo che non abbiamo potuto alzare il sipario come da previsioni. Chissà forse cambieranno le politiche, forse l’Italia scoprirà che è il paese casa dell’arte e della bellezza. Ce lo chiedono dal mondo: non rincorrete più gli altri, mi dicono continuamente, tornate a essere il faro che siete stati nella storia. Producete bellezza».

La necessità attuale di fruire cultura in regime di autoisolamento e i tanti modi in cui teatri, compagnie, singoli artisti hanno elaborato proposte per restare in azione, per non abbandonare la propria vena espressiva, per trattenere un contatto con il pubblico potranno forse generare anche nuove modalità produttive, nuovi percorsi di azione e relazione. Come vede questa possibile rivoluzione? Che modelli produttivi si possono mettere in atto o immaginare per il post-Coronavirus? «Per quanto mi riguarda e per quello che vedo anche in altri direttori, c’è voglia di collaborazione. Per me è importante guardare al territorio, reinventare calendari e idee di stagione e collegarsi alle eccellenze del posto penso al rapporto con Claudio Orazi e il Carlo Felice che credo sia fondamentale. Altrettanto con Palazzo Ducale e l’Accademia Ligustica. Perché parlo del teatro dell’opera? Avendo vissuto le due realtà, negli ultimi ventanni, una cosa che ho lamentato, più volte, è la mancanza di coscienza del teatro di prosa che non accetta uno scambio profondo con i teatri d’opera: questi non sono i cattivi che ci levano i soldi. Il teatro italiano è la lirica del ‘600, il teatro inglese è il teatro di prosa del ‘600. Noi possiamo metterci in relazione con la potenzialità del teatro d’opera per fare prosa, ma anche per sviluppare nuovi modelli produttivi e artistici. È fondamentale però uscire da una relazione edipica, perché l’opera ha masse artistiche di grande livello, tra cui i cori, gli orchestrali e cantanti eccezionali». 

A proposito di collaborazioni, Livermore è fiero di raccontare quella nata insieme a Primocanale. «Abbiamo raggiunto un accordo per una rubrica quotidiana, anzi con più appuntamenti al giorno, dal titolo Primo Canale Nazionale, dove si rivedono spezzoni di spettacoli che abbiamo nel nostro archivio, ricordi di storia del teatro a cura di Marco Sciaccaluga, letture di Giorgio Gallione e frammenti dal suo spettacolo su Alda Merini e dal suo ciclo di letture a pranzo. Ho avuto l’idea di rivolgermi a Rossi, direttore di Primocanale, e ho trovato in lui questa voglia di collaborare che ci hanno permesso di coinvolgere anche altri compagni di viaggio storici del teatro di Genova Tullio Solenghi, Milvia Marigliano, Carla Signoris, Gabriele Lavia e, ancora, favole per bambini». 

E cosa ne pensa dell'idea di trovare modalità sempre più articolate per creare un coinvolgimente diretto del pubblico? «Ho amore per gli spettacoli co-partecipati. Ma alla fine un grande attore capace di restituire la potenza della parola e quindi capace di spogliarsi dell’ego, è in grado di restituire una parola epica ed è capace di abbracciare il pubblico tutto. Per me  questo resta il primo passaggio. Mai come oggi, il teatro ha la responsabilità di raccontare meravigliose storie che devono emozionare tutti, rappresentare la realtà e non inseguire i vezzi di un artista, c’è bisogno di riappropriarsi di storie che appartengano a tutti noi.

Il 17 gennaio, nella mia prima conferenza stampa da direttore del Teatro Nazionale di Genova, raccontavo del mio stupore a proposito del fatto che Shakespeare e Goldoni non siano più stati proposti nei loro originali, ma solo come riscritture, adattamenti, versioni abbreviate e addomesticate come se tutti conoscessero gli orginali. Ma nessuno sa più cosa hanno scritto i classici, nessuno ha più davvero letto i loro testi. Quello di cui c'è bisogno è educare all’affettività e non si può più lasciare questo compito ai programmi TV, come quello della De Filippi, devono essere Anna Karenina, Amleto, Tribulè e i tanti altri grandi personaggi della nostra letteratura a educare le persone. Verdi ha riscritto il Macbeth, ma non proponendo microvarianti, ha proprio riscritto il Macbeth. Tant'è vero che a Oxford si studia il Macbeth di Shakespeare e quello di Piave e Verdi, è come lo stesso mito visto e riproposto da due drammaturghi greci. Scrivere su testi che esistono già questo devono fare i nuovi drammaturghi. Per fare in modo che le persone possano re-innamorarsi di queste storie, ognuno deve potervisi riconoscere, perché è parte fondante della crescita personale e collettiva».

Cosa sta succedendo invece all'interno della Scuola di Recitazione? Che cosa fanno o faranno gli allievi? «L'attività è sospesa e non poteva essere altrimenti. Ci si sta riorganizzando però, per creare delle monografie e corsi che non siano solo per i ragazzi della scuola ma estendibili anche ad altri in futuro. Vogliamo occuparci del rapporto filologico con la parola di Goldoni, proporre corsi di recitazione, o  di approfondimento su grandi testi internazionali».

Arriviamo alla questione costi e ricavi. È possibile mettere sul piatto dei numeri, fare dei confronti per capire e quantificare? «Ogni numero ha il valore di una fotografia mossa. Lei mi sa dire quando riapriranno i teatri? No, appunto. Oggi potrei anche darle dei numeri, ma la verità è che stiamo bordesando, tutto il sistema è troppo in divenire e ci sono troppe variabili. La settimana scorsa in consiglio di amministrazione, a cui abbiamo invitato anche i sindacati, abbiamo portato avanti la strategia della cassa integrazione e quindi stiamo vedendo cosa fare e come portare avanti il discorso finanziario. Ma possiamo solo navigare a vista». 

Quindi non si può venire al nodo per cui da un lato ci sono gli incassi mancati, dall'altro le produzioni che non sono partite e quindi coincidono con soldi non spesi?  Al di là del fatto che non è affatto semplice da qualche parte si dovrà pur partire per ragionare del teatro come settore industriale e impresa che deve far di conto e preparare bilanci. «Dagli anni ‘90 in avanti, una delle grandi eccellenze, la RAI RADIO TV ITALIANA, ha cominciato a fare una gara inutile con Mediaset, diventando una TV commerciale, perdendo il proprio ruolo educativo e di servizio di stato, questa corsa allo sfascio ci ha fatto perdere di vista la differenza tra entertainment e arte. Adriano Galliani, circa vent'anni fa quando era presidente della Lega calcio, da amante dello sport mi fece sobbalzare. Per giustificare pubblicamente che il calcio avrebbero pagato meno tasse disse che loro producevano molto più spettacolo dei teatri di prosa e opera e dei cinema messi insieme. Con quelle parole, forse non si rese conto, ma stava facendo un enorme danno. Lo sport non è spettacolo, può essere spettacolare certo ma lo sport è guerra, è vita e morte, ma in senso sportivo. È il superamento di un limite, per ogni sportivo su se stesso e porta ad altissimi valori etici. La Champions League però è la più iniqua manifestazione sportiva che sia stata mai realizzata. Le Olimpiadi invece hanno ancora una parvenza etica. In quello che è considerato lo sport-spettacolo spero ci sia una presa di coscienza dopo questo tempo». Consapevole della lunga digressione, Livermore chiede pazienza perché il ragionamento non può essere reso per semplificazioni.

«Torniamo alla differenza tra entertainment e arte. Dopo la guerra, si è scelto di andare in debito nel produrre spettacoli teatrali per poter educare le persone e la società. Si sono dati molti soldi alla cultura, si è pensato al ruolo educativo del teatro e come essere pubblico in teatro significhi partecipare a una collettività. Si tratta di un’idea di teatro che non nasceva all’epoca ovviamente, ma veniva da lontano e ribadiva il valore del teatro nel costruire la partecipazione delle persone alla società. Io come direttore ho un bilancio da affrontare e non producendo non produco debito. Però poi non ho incassi e quindi l’equilibrio va riconsiderato. Se poi produco un monologo, ho un costo contenuto e potrei avere un ritorno importante. Ma quello che dobbiamo afferrare una volta per tutte e che ce lo chiede il mondo tutto è che tanto nello sport quanto nell’arte, il nostro paese è casa. L’area mediterranea ha insegnato i valori della società civile. Lo insegna Enea che si porta Anchise sulle spalle e non lo lascia morire mentre fugge dalla guerra. A Philadelphia Anchise non avrebbe avuto alcuna possibilità di sopravvivere, ma non dico oggi, già dieci anni fa e riporto un’esperienza personale».

«Quindi, se fino a qui abbiamo rincorso i bilanci, adesso è tempo di tornare all’etica. Un direttore deve poter fare di tutto per fare spettacoli e creare interesse, ma deve anche essere un pungolo perché la politica sappia che noi produciamo arte e che ogni euro a debito dallo Stato per un teatro di prosa è sempre un valore verso la società e un territorio tutto, anche dal punto di vista numerico, perché ci sono ritorni per i ristoranti, per gli alberghi, per il turismo in una città, perché le persone tornano dove hanno visto una cosa bella e allora tornano nei teatri e nelle città. La centralità del teatro pubblico non può più essere messa in discussione, smettiamo di farci educare dalle vendite dei materassi. In questo abbiamo una grande responsabilità».

Nelle ultime settimane, Livermore come molti altri teatranti e artisti si è visto cancellare le proprie produzioni ai quattro angoli del pianeta. «Lunedì scorso hanno chiuso tutto in Australia, ero a Sidney per la ripresa di Attila. Poi tornando mi hanno bloccato la produzione a Marsiglia, dove stavo andando per riprendere Adriana Lecouvreur, una produzione dell'Opera di Montecarlo, premio miglior spettacolo per la critica francese - che mi fa piacere ricordare e lo farei anche se si trattasse di un riconoscimento dato ad altri, perché un italiano che vince all’estero è un ritorno da condividere. Io mi sento espressione del teatro che ho fatto nel mondo negli ultimi 20 anni, ma sono e vengo riconosciuto come artista italiano».

L'emergenza ha fatto nascere grandi gesti di solidarietà ma anche confermato certi atteggiamenti protezionisti e nazionalisti di chiusura. Come vede il dopo Coronavirus anche a livello politico-sociale? «Mi spoglio dei panni di direttore, e parlo a livello di opinione personale che condivido volentieri. Credo che al momento ci sia un’amplificazione di quanto stava già accadendo. Prima faceva più rumore il perenne stato di campagna elettorale, quell'essere sempre provocatori, qualunquisti, senza tener conto di tante persone sensibili e intelligenti che magari si sono dovute schierare forzatamente, che erano portate a individuare sempre un nemico. Ora però è chiaro siamo a una svolta. C’è un presidente del consiglio che sta facendo il suo lavoro in maniera assennata. Questi giorni ci stanno chiedendo di non essere hooligan con tanto di rigurgiti fascisti, subiti in questi ultimi due anni. Questi tempi ci chiedono di tornare a essere umani. Il tempo ci dice che è finita la destra e la sinistra, deve emergere l’eccellenza. Come si dice con i cavalieri templari, “Sorga un cavaliere”, così invochiamo che sorgano le persone».

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