Caccia, divieto di esportazione delle pelli, campagna di Greenpeace ecc. Questi sono i problemi che in questo momento assillano gli Inuit della Groenlandia orientale, e più precisamente di Ammassalik. Ne parlerà Robert Peroni, che da oltre 25 anni vive in Groenlandia, nel villaggio di Tasiilaq, spendendo la propria vita per aiutare gli inuit, nel corso diun incontro nella sala consiliare del comune di Lerici (SP) domenica 20 dicembre 2009 (ore 17).
Si tratta di una delle rarissime conferenze (se non l'unica) che Robert Peroni tiene da qualche anno a questa parte.
Lo ha indotto a questo passo una situazione che sta penalizzando gli Inuit di Ammassalik, vittime di restrizioni causate da responsabilità a loro non addebitabili.
In questi ultimi anni, infatti, si è scatenata una generale condanna per la caccia alla foca, sfociata di recente nella direttiva UE agli stati membri che pone pesanti limitazioni all'esportazione delle pelli e dei prodotti derivati.
Responsabile dei disastri ecologici e degli orrori documentati in tanti filmati e reportages è la caccia praticata dai bracconieri e dai cacciatori canadesi, che non hanno mai esistato ad uccidere, in maniera barbara, migliaia di foche al solo scopo di predarli della loro pregiata pelliccia.
La responsabilità di questi cacciatori canadesi nel massacro delle foche è oramai stata riconosciuta, è momento quindi di iniziare un distinguo fra il massacro perpetrato da costoro e la caccia praticata dalle piccole popolazioni inuit.
Robert Peroni viene a spiegare che gli abitanti dei villaggi della Groenlandia cacciano unicamente per il proprio sostentamento, e per un limitato commercio, che mai un Inuit ucciderebbe un animale per il solo fatto di venderne la pelle, e che per questo bisogna riconoscere la loro caccia come una caccia per la vita, paragonabile a quella del leone che preda la gazzella, e a quella della balena che mangia i pesci.
Queste popolazioni di poche centinaia di unità, che vivono in villaggi distanti fra loro decine di chilometri, possiedono una profonda spiritualità, e per loro la caccia alla foca esula dal puro gesto materiale di uccidere, ed assurge ad atto sacro (su mentelocale.it se ne è già parlato).
Per questo la caccia non sarà da loro mai esercitata per divertimento o per puro scopo commerciale, come avviene presso di noi, civilissimi occidentali.
Per non dire che la caccia rappresenta l'unica possibile forma alimentare esistente in quelle terre di ghiaccio e rocce, prive di ogni possibilità di allevamento e di coltivazione, anche in serra.
E allora io, che non pratico, anzi aborrisco, sia la caccia che la pesca, e difendo la loro caccia e la loro pesca, mi chiedo: se noi occidentali ammettiamo la caccia per divertimento e per commercio, perché pretendiamo che queste popolazioni non la esercitino per la propria sopravvivenza? E con una punta di amarezza mi rispondo: non è forse, questo, l'ennesimo, inconscio gesto di sopraffazione che, nella nostra veste di superalimentati occidentali, in nome di una pretesa purezza sentimentale, effettuiamo ai danni di popolazioni deboli, predandoli nella loro cultura e nelle loro esigenze elementari fino a portarli all'estinzione, come è avvenuto per le popolazioni indigene americane, di altissima spiritualità?
Non dimentichiamo le privazioni cui queste tribù ad un certo punto sono state costrette a causa dello sterminio dei bisonti per sostenere il fabbisogno di carne dei costruttori di ferrovie, e per la vanità dei turisti che amavano farsi fotografare a fianco di un bisonte abbattuto. Così, tra il 1872 ed il 1873, 3 milioni di bisonti furono ammazzati dai bianchi a fronte di neanche 500.000 da parte degli indiani.
Robert Peroni parlerà di tutto questo con conoscenza di causa, esponendo fatti e necessità viste e vissute personalmente, e, soprattutto, da uomo onesto.