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Il gruppo della Spedizione Saxum 2008
© foto: Franco Varrassi

Groenlandia: l'ultima avventura

Il racconto della spedizione Saxum 2008 finisce qui. Ottorino, tra documentario e sogno, incontra l'orso. Arrivederci a presto
di Ottorino Tosti
11 OTTOBRE 2008

Freddo, vento, neve.
Da oltre un’ora sto camminando sulla pietraia che mi porterà per una volta ancora sull’altopiano.
Sono meno di duecento metri di dislivello, ma in queste condizioni, con il nevischio fitto che picchia in faccia, devo muovermi con cautela. A poco serve la maschera che mi copre il viso, coperta di neve e incrostata di ghiaccio. Gli scarponi slittano sulle pietre ghiacciate, e ad ogni passo devo fare attenzione a non scivolare. In questi momenti, un incidente, seppur banale, può diventare un pericolo mortale per sé, e un dramma per i compagni.
Sto salendo, solo, per raggiungere il limite del ghiacciaio dove è mio compito effettuare alcuni prelievi di fango e di ghiaccio. Non sono certo queste le condizioni atmosferiche migliori per muoversi, specialmente isolato dagli altri, ma è l'ultima giornata di campo, e non si può rimandare a domani.

Da quassù, nei momenti di sereno dei giorni scorsi scorgevo tutto il Sermilik, e gli iceberg che si muovevano pigramente avanti e indietro per il fiordo spinti dai venti.
Ma oggi non si scorge nulla. Si intravvede a malapena, di tratto in tratto, nella nebbia fitta e nel nevischio, la cerchia di montagne che chiude lo sguardo verso oriente.
Mi siedo, poggiando la schiena contro un masso per ripararmi dal vento freddo che soffia da nord. La temperatura è bassissima, forse -10°, o anche -15°. Il vento la moltiplica, e devo muover continuamente le dita delle mani, anche se protette dai guanti, per tenerle calde. Penso continuamente e con apprensione al momento in cui dovrò togliermi i guanti per prelevare i campioni di terra e di ghiaccio.

Soffro anche di angoscia al pensiero che domani dovrò abbandonare questo posto.
Con lo sguardo frugo nella nebbia, a cercare per l'ultima volta i fantasmi pietrificati che dalle cime dei monti per questi otto giorni mi hanno accompagnato alla ricerca delle tracce di ere geologiche passate.
Ogni montagna ha la sua forma, su ogni montagna una figura di uomo, di animale, di mostro dalle fattezze infernali giace immota, inchiodata lì da milioni di anni. Forse che qui sono stati imprigionati da un forza suprema tutti coloro che hanno cercato di sfidare i ghiacci e le rocce del Sermilik, pietrificati nel loro ultimo istante di vita, condannati a stare qui per l'eternità in attesa del giorno del Giudizio?

Una folata di vento più forte delle altre solleva un turbine di neve che mi avvolge e mi fa perdere di vista il terreno e il cielo. È un istante. Mi ripiego su me stesso per riparami. Un bagliore, un lampo bianco, seguito da un turbine che correndo risucchia e trascina verso il Sermilik neve, sassi, detrito e sabbia mi avvolge.
Sbattuto dal vento, mi pare di perdere per un istante la coscienza. In questo momento fra la veglia e la morte, accecato dalla neve sempre più fitta e pungente, intravvedo una vaga sagoma bianca che mi danza intorno, una lama affilata, nera, mi accarezza senza farmi male, sta qualche istante, poi scorre via e scompare nella nebbia.
Da che parte?
Sono rimasto solo nel deserto bianco.
Chiamo alla radio. Solo il vento mi risponde. Che è successo?

.... non so cosa sia accaduto in quel momento. Non lo so, ma fra qualche giorno, quando all'aereoporto di Kulusuk entrerò nella sala d'attesa, vedrò che la bianca e ispida pelliccia  di Nanuk, l'orso, non è più inchiodata al muro per far meravigliare di sé i turisti.
Mi racconterà, quel giorno un Inuit, fra lo spaventato e il meravigliato, che alcuni giorni prima era scoppiata una tempesta improvvisa sul mare, che aveva sollevate onde alte cinque, sette, dieci metri. Il vento era venuto dal nord, soffiando dal fiordo di Sermilik.
Un turbine, spaventoso come un tornado, era salito su delle profondità del mare ed era corso per la strada di terra. Si era aggirato fra le case del villaggio e aveva devastato tetti, persiane, tutto ciò che poteva lo aveva  divelto via con rabbia.
Pareva cercasse qualcosa. Mi ha raccontato che sotto quel vento rabbioso l'intera costruzione dell'aereoporto aveva tremato, colpi violenti si erano sentiti contro la porta, i serramenti erano stati piegati, e una finestra divelta da un forza sovrumana.
Ha raccontato che un vortice bianco aveva attraversato la sala, aveva strappato via la pelle di Nanuk, l'orso, che giaceva inchiodata al muro, e l'aveva portata via con sé.
Ha raccontato che l'aveva vista volare verso il Sermilik avvolta nella tempesta, danzare sollevata in aria, e poi riempirsi come se avesse acquistato un corpo.

Ora so che cosa è accaduto lassù, sull'altopiano del Sermilik. Ora sono certo che Nanuk, l'orso bianco, è comparso improvvisamente davanti a me. Mi ha fatto visita lassù, sull'altopiano in mezzo alla tempesta, uno dei mille fantasmi che si agitano inquieti qui fra le montagne e i ghiacci del Sermilik, e mi ha soffiato nel cuore, con il soffio sciamanico con cui si dona la vita, lo spirito di questa terra.
Il bimototore dell'Icelandair vola lentamente ora via dalle coste della Groenlandia. Guardo il mare coperto di iceberg alla deriva, il pack che sta serrando completamente la costa e non lascia più spazio alle barche. La costa scura che si allontana sempre più e sfuma nella nebbia.

Dove siete ora, amici miei cari, in questa notte insonne di ottobre?
Tu, Gianluca, che non ci eravamo ancora conosciuti ma eravamo già amici, quel giorno di febbraio di due anni fa, quando ti ho telefonato per la prima volta dicendoti che ero interessato a organizzare un programma di ricerca glaciospeleologica in Groenlandia.
E tu, Giorgio, ricordi come non riuscivamo ad addormentarci se prima non brindavamo alla giornata trascorsa con un sorso di Idrolitina? Sarà contento il fantasma del Cav. Gazzoni di saperlo. Lo dico anche se non ci ha dato nessun sponsor. Ma se lo merita, con quella meraviglia di bevanda da ghiacciaio che ha inventato, non è vero?
Franco, tu che mi dicevi a Tinitequilaaq 'andiamo a fare un po' di fotografie'. E io che ti rispondevo 'ma le abbiamo già fatte', e tu di rimando 'non importa, facciamone altre, magari le prendiamo da un altra angolazione'.
E tu, Libero, che parlavi con tanta nostalgia della casa lontana, e ti commuovevi quando mi raccontavi dei tuoi due bimbi piccoli, e soprattutto dell'ultimo che aveva pochi mesi.
Tu, Davide, che sei sempre stato l'immagine del solido rifugio che accoglie in mezzo alla bufera.
E tu, Luca, sempre il primo ad alzarti al mattino e l'ultimo ad addormentarti alla sera, nella tua tranquilla e disponibile amicizia sei stato in realtà forse il più forte di tutti.

Dove siete, ora, amici miei cari, in questa inquieta  notte di ottobre? Non sentite le acque del Sermilik sciabordare agitate  contro le rocce?
Sono le tre del mattino. È tardi. Svegliatevi. Lo sapete che la Groenlandia non è lontana. Sono solo sei ore di viaggio.

Se buttate in fretta in un sacco i vestiti, le corde, le piccozze e i ramponi, e partite subite, per domani a mezzogiorno ci vediamo all'aereoporto di Malpensa. Mangiamo qualcosa e andiamo a fare il check-in. Si parte a mezzanotte. Si prende il bimotore a Reykjavik in Islanda alle 7 del mattino. Si arriva alle 10 a Kulusuk.
A mezzogiorno si è già Tasiilaq, e con una barca veloce alle quattro del pomeriggio di domani  siamo a Tinitequilaaq....


Leggi anche:
- Vi raccontiamo la Groenlandia
- Il sole a mezzanotte
- I ghiacciai senza nome
- Viaggio alla fine del mondo
- Alla scoperta degli abissi
- Nella base di Ikatek
- Il villaggio dei cani Alfa
- Incontro con i bimbi Inuit
- Il momento dell'addio


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Nella foto: Il gruppo della Spedizione Saxum 2008



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