Il concetto di Teatro e Mondo di Carlo Goldoni apre la stagione del Teatro Duse con La bottega del caffè nella coproduzione della Compagnia Gank con lo Stabile, in scena fino al 22 novembre 2009 (ore 20.30). Realtà e rappresentazione della realtà si consumano in una piazzetta veneziana nell'intima confusione di tre botteghe (quella di caffè, un barbiere e una sala da gioco), una locanda e un'abitazione privata che passa per un bordello. «Non presento una vicenda, una passione, un carattere», scriveva il commediografo veneto di questo suo lavoro, e infatti in scena ci viene presentato il conflitto tra moralità e immoralità, buoni e cattivi costumi, apparenza e sostanza degli esseri umani, tra buona gente cattive lingue e birbanti. C'è molto teatro in ogni piazzetta del mondo e c'è molto mondo in questa contenuta pièce teatrale che gioca su equivoci, ingenuità e forti passioni.
Seppure l'intento della regia di Antonio Zavatteri sia quello di «reinventare quella piazza, quelle botteghe e quelle anime cercando di rifuggire le forme stereotipate della commedia settecentesca» siamo comunque trasportati da scene, costumi (di Laura Benzi) e lingua in quel lontano contesto. Come uno Shakespeare, questo Goldoni parla una lingua lontana e fascinosa, a tratti comica per le evoluzioni stesse di alcuni vocaboli, a tratti tutta da ricostruire per espressioni del tutto desuete e specifiche. È pur vero che con chiara leggerezza, disinvoltura e immediatezza nella recitazioni il gruppo degli interpreti (in ordine alfabetico Massimo Brizi, Filippo Dini, Lisa Galantini, Alessia Giuliani, Alberto Giusta, Maurizio Lastrico, Aldo Ottobrino, Alex Sassatelli e Mariella Speranza) ci permette anche di leggere e calarci in quello stesso contesto come fosse estremamente familiare e contemporaneo.
Fin dalla prima scena del primo atto, Goldoni stabilisce buoni e cattivi, senso etico del 'tenere negozio' e senso immorale del commercio per la rovina degli altri. È Ridolfo a prodursi in una definizione che vuole essere anche una moralistica lezione del commerciare nel rispetto degli altri, rivolta al briccone dei bricconi e padrone della bisca Pandolfo (Massimo Brizi, che fa del suo personaggio una maschera vera e propria, un po' Woody Allen persino, e un maligno che si confida con il pubblico come in Shakespeare) che mette il giovane Eugenio (Aldo Ottobrino che, intrappolato dalla smania per il gioco e le belle donne, si muove tra grandi slanci infantili e rigidità da sconfitta e spavento) continuamente nei guai: «Bel mestiere! vivere sulle disgrazie, sulla rovina della gioventù! Per me non vi sarà mai pericolo che tenga giuoco. Si principia con i giuochetti, e poi si termina colla bassetta. No, no, caffè, caffè; giacché col caffè si guadagna il cinquanta per cento, che cosa vogliamo cercar di più?».
Ridolfo ci viene restituito da un Alberto Giusta, forse troppo incerto sull'età del personaggio (almeno in principio), quando nel far di conto appare più vecchio di quello che poi percorre la scena con vigore e una certa dolcezza (per buona memoria del suo signor padre, che è stato mio buon padrone e per amore di Eugenio) per il resto della commedia ed è effettivamente, seppur solo un bottegaio, il deus ex machina, divinità del buon senso, che nutre amore incondizionato per gli altri e perciò senza tornaconto dipana intrighi nati da errori, fondati sulla maldicenza.
A lui si contrappone appunto il pettegolo e tirchio re delle castagne secche Don Marzio (Filippo Dini): un napoletano (privo di qualsiasi accento che lo renda riconoscibile, ma così è in Goldoni) sempre pronto a ricamare sulle faccende altrui per trarne qualche malevola lettura, qualche malcostume da diffondere poi il più in fretta possibile e a quanti presenti senza distinzione o riserbo alcuno.
Al gruppo di uomini della commedia si aggiunge Flaminio, inizialmente presentato come il conte Leandro, altro briccone che ha lasciato moglie a Torino e a Venezia si finge nobile illudendo la ballerina Lisaura, (interpretato da Alex Sassatelli, a cui nei momenti di maggior passionalità del personaggio sfugge un po' il controllo attoriale).
È questa anche una commedia di genere che presenta i ruoli e i costumi contrapposti della sfera maschile da un lato e di quella femminile dall'altro. Banalmente - considerata l'epoca - ai maschi com'è noto tutto è concesso, senza esclusione di sfacettature del mal agire, mentre le donne, tutte indiscriminatamente serve devotissime di mariti abbieti e loschi figuri e più in generale della schiera maschile, poco o niente è permesso esprimere.
Eppure tutte e tre queste donne goldoniane, Vittoria (Lisa Galantini), Lisaura (Mariella Speranza) e Placida (Alessia Giuliani) mostrano grande presenza di carattere e forza nel cercare un destino onorato e rispettabile. Vittoria: una Lisa Galantini che come al solito ci regala tante facce - molto bello il suo gioco con la maschera, mentre sconsolata si piega in due sulla sedia - e tante espressività tra gestualità del corpo e mimesi del viso; moglie che tutto perdona perché ama il suo Eugenio perdutamente; Lisaura, è la ballerina interpretata da Mariella Speranza, forse un po' troppo esplicitamente (nel costume, nel trucco e nell'interpretazione) declinata a donna di facili costumi e invece impegnata a difendere con sprezzo verso lusinghe non richieste la sua malinconia di diventare contessa. E infine, Placida di Alessia Giuliani, donna di umili condizioni, estremamente pratica e forse eccessivamente contemporanea (nei toni) nella sua sfida ironica a maschi abituati a far i padroni.
Una gradevole e progressivamente sempre più convincente immersione in una versione antica ma a noi vicinissima di conflitti umani, tra emozioni e ambizioni giovanili, oggi troppo spessa ridotta e volgarizzata dall'unica piazza/bottega universalmente nota quella del GF televisivo. Un lavoro di gruppo che al di là delle singole interpretazioni crea un quadro completo, opportunamente vivace e cromaticamente ricco. Allegro e vivacizzante l'uso della scena nell'ultimo atto e in particolare nella soluzione dei molteplici sipari che chiudono a mano a mano la vicenda sul personaggio che da cattivo diventa capro espiatorio di tutti i mali: Don Marzio.
La sua ultima battuta:
«Sono stordito, sono avvilito, non so in qual mondo mi sia. Spione a me? A me spione? Per avere svelato accidentalmente il reo costume di Pandolfo, sarò imputato di spione? Io non conosceva il birro, non prevedeva l'inganno, non sono reo di quest'infame delitto. Eppur tutti m'insultano, tutti mi vilipendono, niuno mi vuole, ognuno mi scaccia. Ah sì, hanno ragione, la mia lingua, o presto o tardi, mi doveva condurre a qualche gran precipizio. Ella mi ha acquistato l'infamia, che è il peggiore de' mali. Qui non serve il giustificarmi. Ho perduto il credito e non lo riacquisto mai più. Anderò via di questa città; partirò a mio dispetto; e per causa della mia trista lingua mi priverò d'un paese, in cui tutti vivono bene, tutti godono la libertà, la pace, il divertimento, quando sanno essere prudenti, cauti ed onorati».