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Mi infilo nel portone dopo aver dato un'occhiata sfuggente alla chiesa di San Matteo, arrivo al primo piano, attraverso un ballatoio, suono il campanello: Prof. Don Antonio Balletto recita la targhetta sulla porta. Lo sguardo bonario e accondiscendente del don lascia trasparire una determinazione ed una volontà di ferro. Il suo studio, ma forse dovrei chiamarlo biblioteca, visto il numero di volumi stipato in ogni dove, è accogliente e sobrio. Iniziamo a chiacchierare ponendo l'accento sulla situazione del terzo settore a Genova. "C'è mancanza di organizzazione" dice "molto, forse troppo, è lasciato alla buona volontà e all'iniziativa dei singoli. Molti hanno idee brillanti, ottime capacità, grande fantasia. Però è necessario avere alle spalle una struttura solida e ben organizzata, per evitare di disperdere le energie ed essere così poco efficaci negli interventi che proponiamo".
Non manca di ricordare con una punta di ironia neanche troppo celata il grande fermento che si incontra tra le donne della media borghesia, tutte impegnate nella costituzione di un'associazione multiculturale, interculturale senza probabilmente averne l'esperienza necessaria. "Sono nato a Genova, quartiere Portoria" sottolinea quando gli chiedo di raccontarmi la sua storia "ho studiato in un liceo genovese e mi sono trasferito a Torino nel 1948 per studiare teologia. E' quella l'età in cui mi sono reso conto della vocazione per la via spirituale".
"Non fu assolutamente indolore" precisa Don Balletto "ma ero animato dai grandi ideali dell'impegno sociale e del messaggio cristiano. Il 1948 fu una data determinante per il futuro del nostro paese, per salvarlo dalla tirannia russa". I ricordi scivolano per un attimo al periodo della guerra quando si trovava sfollato nel paese di Lumarzo, nell'entroterra genovese. "Un giorno mentre stavo passeggiando con alcuni amici, arrivarono i fascisti. Mi misero al muro minacciando di sparare se non avessi detto loro quello che sapevo sui partigiani. Non dissi nulla, un po' per la paura, un po' perchè non sapevo poi molto, ma da quel momento in poi ebbi la riconoscenza e la gratitudine di tutto il paese". Ricorda inoltre l'intensa solidarietà e la convivenza bellissima tra giovani, adulti ed anziani che oggi si è ormai persa. Dopo la parentesi torinese e un breve soggiorno a Roma, nel 1953 ritorna a Genova dove è rimasto sino ad oggi. Dal 1966 al 1972 si è autoesiliato ad Albenga, a causa di visioni non propriamente concordanti con l'allora cardinale Siri. E' difficile elencare tutte le iniziative, i progetti portati avanti, le battaglie sostenute per i diritti dei più deboli, dalle collaborazioni con la casa editrice Marietti ai corsi di teologia e filosofia tenuti in diverse istituzioni cittadine e nazionali. Senza dimenticare la posizione discordante con la chiesa rispetto al divorzio. In tutto il suo percorso emerge comunque la costante ricerca della divulgazione di un messaggio di solidarietà, di libertà e dell'importanza della lotta per ottenerla. Una figura paragonabile a Don Gallo, meno schierato di lui politicamente e sicuramente meno presente sulle cronache dei giornali, ma con la stessa tensione antifascista e la stessa dedizione per chi veramente ha necessità di un appiglio per non affondare.
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