Una presentazione appassionata e appassionante del libro La memoria impossibile. Storia felice di un'adozione, di Emilia Marasco, si è svolta ieri, giovedì 15 maggio, nel Salone del Maggior Consiglio a Palazzo Ducale. Accanto all'autrice, oltre a Laura Guglielmi, giornalista e conduttrice, a Claudia Priano, scrittrice e a Carla Peirolero, attrice che ha letto alcuni brani, interveniva tra i moderatori anche Claudio Burlando, presidente della Regione Liguria, qui in veste di papà adottivo. Applausi intensi e prolungati sono stati termometro a una conversazione a più voci intorno a una tematica contraddistinta da emozioni molto forti e attraversata dai grandi temi dell'attualità: il confronto fra civiltà, tra chi è ricco e chi è povero, il tema della fame, della guerra, della diversità, dell'intolleranza, ecc. Per questo forse raramente si è assistito a presentazione più partecipata: una sala gremita di uomini e donne di età molto varie, con molti in piedi e tutti attenti, a testimonianza direi di un bisogno impellente di confronto su questioni che sono quotidiane per molti, che coinvolgono i singoli ma anche lo stare in una società.
A proposito di adozione Marasco e Burlando hanno presentato la loro esperienza, unica e esclusiva - come quella di molti altri -, perché legata ai figli, (in tutti i casi) individui unici provenienti da paesi diversi (l'Etiopia nel caso di Tilahun e Zenebech), ma anche perché diverse nelle modalità e certo nei vissuti. Ognuno ha proposto il preciso punto di vista di una madre e di un padre, naturalmente complementari e diversi. «La prima differenza - afferma Burlando - sta senz'altro nel fatto che mio figlio Francesco è nato a Genova e che è cinese. Il punto di contatto è il vissuto di questi bimbi in città non cosmopolite». Il punto di coincidenza Burlando lo rintraccia a partire da un episodio tra i tanti del libro dove Marasco racconta di un viaggio a Londra con Tilahun.
Quando siamo andati a Londra, dopo pochi passi in centro, si è guardato intorno, si è visto in una folla davvero cosmopolita e ha detto: «Mamma, che belle città!», sembrava che respirasse più profondamente.
Burlando non ha deciso di scrivere un libro su questa sua esperienza ma, sollecitato da quello di Marasco, racconta di episodi simili: «Nei nostri viaggi in Asia si vedeva, per esempio ricordo a Singapore, che Francesco stava finalmente a suo agio. Poi gli ho chiesto: "Come ti senti qui?" E lui "Bene, molto bene. Perché qui tutti guardano te e nessuno me". La questione comincia proprio con la curiosità e non necessariamente con l'ostilità. Una curiosità spicciola, insistente che quotidianamente si somma e diventa attenzione pesante».
Una prospettiva che troppo spesso dimentichiamo.
Arrivare in un aereoporto in Italia significa per prima cosa scoprire che i neri sono pochi, i bianchi sono tanti, - scrive Marasco - sono sempre di più, i vicini di casa sono tutti bianchi, anche all'asilo, c'è solo quel bimbo indiano della classe azzurra...
Attraverso il concetto di paternità Burlando isola un punto inconfondibilmente distintivo rispetto a Marasco, i tempi tecnici di reciproca scoperta e conoscenza. «Per i bimbi tutti i papà sono adottivi. Per la mamma la questione è diversa, sta nella necessità di venire a capo della pancia. Il rapporto padre-figlio, specie nei primissimi anni, tende a essere meno intenso, si recupera successivamente. Francesco, per esempio, non ha mai avuto un problema con me sull'adozione, diciamo rispetto al riconoscermi. Una volta a domanda specifica mi ha proprio risposto: "Ma che c'entri tu, i papà non fanno mica i bambini"».
Molte le versioni sulla maternità che Marasco propone proprio a partire dall'idea che madri si diventa in tanti modi e in tanti non-luoghi:
Io sono diventata madre in luoghi anonimi: un ospedale e, per due volte, un aereoporto, Fiumicino, uscita voli internazionali.
Ma c'è anche un aspetto più intimo del concetto di maternità.
Madri non si nasce. L'istinto materno è nel DNA di ogni donna e si esprime anche senza essere madri, con i nipoti, gli allievi, gli animali, gli uomini che si amano. Con un figlio si diventa madre. ... Con Andrea sono diventata madre, con Tilahun sono diventata madre adottiva, con Zenebech sono diventata madre di una donna. Con queste diverse maternità ho perso un centro, la radice del mio essere donna e madre, la radice dell'educazione, della provenienza, della visione morale, del desiderio e della fantasia di maternità, mi sono sentita e ancora mi sento madre nomade fra questi differenti territori, che sono il mondo di ciascuno dei miei figli.
I temi della diversità e del razzismo ovviamente emergono di frase in frase, di episodio in episodio e, tra i fermo immagine narrati da Marasco, Burlando ne sceglie uno in particolare: è quello che riporta del primo dissidio tra Edo e Tilahun, alla scuola materna. «I due bambini si scontrano - spiega Burlando - e ovviamente la cosa finisce con la classica espressione "brutto negro". La maestra però decide di impegnarsi per arrivare a una riconciliazione e allora trova la soluzione di far raccontare a Tilahun l'Etiopia. Quell'occasione crea una tale atmosfera di rispetto verso il piccolo narratore Tilahun e una tale ammirazione che alla fine proprio Edo confessa a Tila: "Come vorrei essere come te!" Questa immagine di una scuola che può ancora includere e accogliere, una scuola-comunità a cui corrisponde un altrettanto forte ritratto di una famiglia-comunità sono due grandi insegnamenti che ci lascia questo libro perché, come ormai è credo evidente a tutti, se non si interviene nella dimensione speciale, il risultato è che i pericoli avvengono proprio nelle situazioni più ordinarie».