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Aborto: solo un problema di coscienza?

Una manifestazione per difendere la 194. Ma in piazza c'erano poche ragazze. Forse le future madri considerano la normativa inalienabile?
di Enrico Moizo
GENOVA, 25 FEBBRAIO 2008
Dopo l'irruzione della polizia al Policlinico di Napoli mentre, nel pieno rispetto della legalità, si era appena effettuato un aborto terapeutico su una donna a cui erano state riscontrate gravi malformazioni fetali, il dibattito sulla Legge 194 è tornato di grande attualità.
Ne abbiamo parlato anche su mentelocale.it (leggi gli articoli Legge 194: leggiamola prima di tutto e Rete 194: siamo stufe di essere zittite).
Oggi pubblichiamo un intervento di Enrico Moizo.

Vuoi dire la tua su questo argomento? Scrivi a redazione@mentelocale.it

Sabato pomeriggio, 23 febbraio, a Genova sembrava di essere tornati indietro di trent’anni, esattamente il tempo trascorso dalla promulgazione della legge 194 sull’interruzione di gravidanza. E non soltanto perché, crederci o meno, le ragioni della manifestazione erano esattamente le stesse di quelle dei movimenti femministi negli anni Settanta, ma anche, a guardar meglio, per l’età delle manifestanti, perlopiù donne adulte, molte le stesse di allora, come ci racconta con molta auto ironia la signora Francesca: «Sono qui a manifestare come trent’anni fa, con la differenza che allora ero nel pieno dell’attività sessuale mentre oggi  mio marito non mi tocca dal giorno del crollo del muro di Berlino».
Battute a parte, viene da chiedersi perché così tante donne e così poche ragazze siano scese a De Ferrari per la manifestazione indetta dalle studentesse universitarie, dai coordinamenti dei partiti della sinistra, dalla CGIL e dall’AIED. Forse le future madri danno per acquisita e inalienabile la legge 194?
Quel che è certo è che quasi inverosimilmente e grazie al solito accanimento mediatico di giornalisti e telegiornali, ma soprattutto dopo il blitz della polizia al Policlinico Federico II di Napoli, la legge 194 oggi è stata rimessa in discussione.


Sono stati spesi fiumi di parole per rivendicare i diritti della donna (e dell’uomo) ad interrompere una gravidanza, fiumi di parole da parte di chi invece sostiene che non spetta all’uomo decidere del futuro di una vita umana, una volta concepita (ovvero nel momento della fecondazione di un ovulo).
Da laico quale sono, non mi sento tuttavia di condannare completamente, a costo di sembrare impopolare, le parole di uno dei maggiori portavoce della campagna anti aborto, Giuliano Ferrara. Forse è vero, oggi si pensa all’aborto come una soluzione “accettabile”, poco più grave di un contraccettivo. Forse è vero, oggi spesso il valore di una vita umana viene subordinato all’egoismo, all’interesse, all’ambizione, arrivando addirittura a considerare la nascita di un figlio come una privazione della propria libertà. Perché tuttavia scagliarsi come degli ottusi crociati, contro l’aborto-satana, piuttosto che denunciare le cause che hanno portato a questa forma mentis? La televisione fatta di futuri artisti, di futuri manager, la sacralità del lusso e lo svilimento della povertà, quasi fosse una malattia, non potrebbero essere induttori che spingono i giovani alla paura di non poter rendere un figlio felice? La felicità del ventunesimo secolo, dei vestiti firmati, di viaggi in terre tropicali per poter dire “ci sono stato”, di automobili e telefonini dell’ultima generazione, da esibire agli amici, chi l’ha brevettata?

Bisognerebbe poi spiegare a Giuliano Ferrara, che si riempe la bocca di belle parole e facili moralismi, che la maggior parte delle volte non sono l’apatia o la mancanza di valori a giustificare un aborto e che piuttosto l’aborto è quasi sempre una scelta drammatica e dolorosa, benché consapevole, di persone che vivono in situazioni e condizioni sociali disgraziate e non hanno la minima assistenza e il sostegno da parte dello Stato. Certo denunciare le deficienze dei Governi e l’assenza di politiche sociali per i giovani potrebbe risultare un po’ troppo audace per Giuliano Ferrara, che non vuole certo passare per un Comunista! Meglio attaccare a testa bassa una legge fatta con ragione e confronto, trent’anni fa.


In un mondo ideale, in cui ogni donna possa ricevere un’assistenza medica gratuita, un supporto di uno psicologo e un contributo economico essenziale da parte dello Stato per almeno i primi tre anni di vita del suo bambino, quel mondo in cui evidentemente Ferrara crede già di vivere oggi, forse l’aborto sarà soltanto un lontano ricordo. Fino ad allora, attaccare la legge 194 con l’unica arma del moralismo è, a mio avviso, un atto di irresponsabilità e di totale alienazione dai problemi concreti e drammatici che chi guadagna mille euro al mese è costretto ogni giorno ad affrontare.


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