Era pieno di gente il cinecub Nickelodeon oggi, sabato 1 settembre, subito dopo l'ultimo saluto a
Franco Carlini - giornalista e saggista, grande esperto di internet e nuove tecnologie - scomparso improvvisamente nella notte tra mercoledì e giovedì scorsi. «Nel vedere questa sala - dice
Elena Visconti, sua collega e socia nella società
Totem - Franco sarebbe stato sicuramente contento, incredulo di avere così tanti amici».
Andrea Rocco svela un altro lato del suo carattere: «siamo qui a fare una cosa che lui odierebbe, in tanti anni di giornalismo non ricordo abbia mai scritto un articolo di commiato per qualcuno». Ma per lui si sono ritrovati tutti, dando l'immagine di uomo dagli innumerevoli interessi, con una profonda passione per il proprio lavoro, una curiosità senza confini, uno che ha lasciato il segno nelle persone e negli eventi che ha incontrato nel corso della sua vita.
C'era il direttore del
Manifesto,
Gabriele Polo, in rappresentanza del quotidiano e del movimento in cui Carlini ha avuto un ruolo fondamentale sin dai primi anni Settanta: «La cosa che mi ha colpito sempre di Franco è che è una persona che cerca nel profondo e che riesce a farlo senza mai essere retorico, che riesce a unire una schiettezza di argomentazione a una forte
vis polemica, con straordinaria pacatezza». E poi: «Lui è diverso, guarda sempre al futuro, appartiene al futuro. Lo incontreremo nei suoi scritti, nei suoi pensieri, in quello che ci ha lasciato, lo incontreremo nei suoi compagni giovani che hanno lavorato con lui in questi anni».
C'era
Silvio Barbero di
Slow Food: «pochi sanno quanto il suo aiuto sia stato determinante per noi, e non solo per l'informatizzazione dell'università gastronomica; un apporto culturale, discreto, talvolta critico, ma importantissimo. C'era
Rossella Panarese di
Radio Rai: «tra i suoi tanti talenti, c'era quello del racconto.
Era uno scrittore di razza, attento ai dettagli ai personaggi». Anche al microfono si era fatto apprezzare: «da quando abbiamo dato la notizia della sua scomparsa sono giunti in redazione tantissimi messaggi e attestati di stima da parte degli ascoltatori».
Elena Visconti trattiene a stento le lacrime: «era un amico, un maestro, ci ha insegnato tutto. Oltretutto io ho condiviso "infelicemente" la stanza con lui. L'avevo minacciato di cambiare postazione a settembre se non smetteva di fumare. Noi di Totem siamo i suoi orfani, ma da oggi anche i suoi eredi, perché Franco ci ha lasciato molto».
Giacomo Casarino ricorda le innumerevoli esperienze di attivisti e giornalisti genovesi, da quando gli presentarono: «un giovane boy scout di radice cattolica, che non tardò ad impegnarsi nella politica universitaria». Poi il
Manifesto, le avventure editoriali di
Invece e
Habib. Carlini ha riversato la sua curiosità nei campi più diversi: «scriveva articoli su temi legislativi con sicurezza da giurista», prosegue Casarino. Uno psichiatra lo ricorda come interlocutore attentissimo nel periodo della legge Basaglia: «si capiva subito che andava al cuore delle cose, con una grande facilità di scrittura».
E se
Arcadio Nacini, anche lui nel
Manifesto trentacinque anni fa, torna al periodo in cui: «in Italia non si poteva manifestare, e Franco era in prima linea per conquistare la libertà di espressione»;
Bruno, ex allievo della moglie di Carlini e amico di famiglia, di fede evangelica, ringrazia Dio: «per aver conosciuto una persona come lui, profondamente rispettosa della vita e degli altri». C'era anche
Don Gallo, a testimoniare l'impegno di Franco nella comunità di San Benedetto. «Credo fosse comunista - dice - ma senza dubbio era genoano al 100%. Tutti gli anni, gli ultimi dodici, ci trovavamo a dire: ce la facciamo ad andare in A?». Ma c'è una nota amara nelle parole di Don Andrea: «
nella sinistra italiana oggi rimangono in pochi fatti della pasta di Franco». Basta pensare all'ultima emergenza nazionale: «i lavavetri».
Gli interventi si susseguono spontanei. Per
Silvia Neonato, giornalista del Secolo XIX: «è stato il primo uomo a prendermi sul serio nel mondo del lavoro e farmi sentire una persona intelligente. Negli anni Settanta non era una cosa semplice».
Alberto Leiss ricorda il suo apporto per la progettazione dell'
Urban Center, ma anche: «un documentario sul ciclo di lotte operaie che ebbero luogo a Genova nel periodo '83-'84. Era un mondo in declino, ma sentimmo l'esigenza di raccontarlo».
Gaetano Galliano, fisico come Carlini, lo ritiene: «il vero padre del '68 genovese, per la sua serietà nell'affrontare i temi e le discussioni».
C'era anche chi non l'ha mai incontrato, come
Beatrice, una studentessa che ha letto i suoi scritti: «avevo deciso di andare alla redazione di Totem la prossima settimana. Volevo conoscerlo e ora invidio tanto chi ha avuto l'onore di parargli, di confrontarsi con lui».
In chiusura, la lettura di un editoriale di Carlini scritto per Visionpost.it - la rivista digitale di Totem che si occupa di nuove tecnologie - in cui, con il suo stile chiaro e profondo, spiega l'importanza della rete e del giornalismo online per contrastare il declino dell'informazione contemporanea. Eccolo.
Ora e sempre giornalismo