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L'organizzazione della Fisica

Robert Laughlin Il premio Nobel Robert Laughlin si confronta con il Riduzionismo e auspica una svolta nella ricerca. Più attenzione ai fenomeni collettivi
di Laura Santini
28 OTTOBRE 2005
Scienza e divulgazione: il fisico teorico statunitense Robert Laughlin - presidente del Korean Advanced Institute of Science and Technology e Premio Nobel per la Fisica nel 1998- ha imparato la lezione. Dotato di uno spiccato humor inglese, mostra doti illustrative degne dei migliori vignettisti e, soprattutto, conosce il tempo dell'ascolto. La sala gremita -letteralmente non una seggiola vuota- non perde una battuta e molti sono felici di seguirlo nella sua lingua madre senza difficoltà. Un Einstein diverso (27 ottobre, Salone del Maggiore Consiglio - Palazzo Ducale), più che una conferenza è un inusuale quanto godibile performance che si consuma attraverso la proiezione dei suoi disegni (che corredano il suo libro Un universo diverso. Reinventare la fisica da cima a fondo, recentemente pubblicato in Italia da Codice) e alcuni aneddoti familiari. Un pacato oratore, abile nel creare la giusta suspense e un ritmo preciso per gag efficaci, Laughlin racconta la fisica come fosse filosofia, parla di filosofia come fosse una serie semplificata di pensieri comuni e soprattutto sfata i miti. Prima di tutto Laughlin detronizza A. Einstein, in quanto mito, non in quanto scienziato, poi recupera I. Newton e Galileo. «Einstein ha immaginato delle cose che si sono rivelate vere. Basta un attimo per capire che questo non è un pensiero scientifico ma religioso. Vi parlerò allora di un Einstein diverso, uno che non credeva alle cose che pensava vere, perché le aveva pensate, ma perché poteva misurarle. L'idea umana di legge nel pensiero occidentale è un concetto giudaico, è questo il modo in cui noi lo abbiamo interiorizzato. Ma la legge non è fatta da nessuno, semplicemente è». La crisi odierna della fisica risiede, secondo il fisico, nel fatto che questa fede nella legge non funzioni più. «Un Einstein moderno capisce che la ricerca della legge oggi, la frontiera è la ricerca di un'organizzazione. Un amico biologo mi ha confessato che "la biologia vive di incertezze". Ma i fisici come me non possono vivere nell'incertezza, siamo moralisti. Però il mio collega biologo era sincero: "bisogna convivere con questa era biologica che è dell'incertezza". Il moralismo è obsoleto. Eppure è strano, nella fisica si cercano le leggi, nella biologia si ha a che fare con dati e fatti, senza leggi. C'è qualcosa che non va. Manca un'idea e la situazione deve essere molto grave se parliamo di buttar via quel moralismo che è base portante della scienza». «La conoscenza delle parti spesso non rivela niente del tutto» è su questo concetto che prosegue tutta l'articolazione del discorso di Laughlin, una trappola epistemologica, come la definisce lui, che ci lascia in un terribile empasse tra certezze e incertezze, nodo della grande contraddizione del nostro presente. «Pensare di spiegare il movimento di un mucchio di mele attraverso l'osservazione del movimento di una mela, è vero ma è stupido, perché l'essenza di un mucchio di mele non ha niente a che fare con una sola mela». Così Laughlin porta la sua platea al concetto di masse, si confronta criticamente con il riduzionismo offrendo una nuova via. «Tutti i segreti giacciono nell'organizzazione dei componenti, di elementi piccolissimi, gli atomi. È proprio la loro peculiare abilità organizzativa la frontiera di oggi. Una perfezione organizzativa che fa la legge, che se ne desume, perfetta. Eppure, anche se possiamo, più o meno, dimostrare che le regole del singolo atomo giustificano questa capacità organizzativa, non riusciamo a dimostrarne la veridicità in maniera definitiva». Le nanoscienze hanno contribuito moltissimo alla sperimentazione delle leggi su frammenti piccolissimi, ma si sono poi scontrate con altri grossi quesiti: più un frammento è piccolo e più è difficile stabilire se è di natura solida o fluida. «La legge della rigidità» spiega Laughlin per fare un esempio, «è paragonabile ad un dipinto di Monet. Se si osserva un quadro impressionista allontanandosene, è possibile apprezzarne la perfezione. Viceversa più ci si avvicina, per apprezzarne la perfezione, meno significato avrà il quadro e finirete per vedere solo pennellate imprecise. La legge della rigidità è una legge di natura collettiva e un fenomeno cosiddetto emergente, che emerge dal caos». Coerentemente al suo stile pacato ma ironico, scientifico ma verificabile nel quotidiano, Laughlin conclude giustapponendo due tipologie di eventi che festeggiano gli scienziati e le nuove frontiere conquistate. La prima, una gita tra fisici in onore della scoperta di una nuova legge legata ad una misurazione elettrica, un momento collettivo segnato da profonde emozioni condivise; la seconda, le celebrazioni intorno al conferimento del Nobel da lui vissute nel ‘98: dove cibo e opulenza sono i ritornelli più significativi alternati a formalità di nessun rilievo. Senza proporre un commento definitivo, Laughlin ribadisce il concetto alla base della sua idea di scienza: l'intero e le sue dinamiche sono il fulcro su cui concentrare l'attenzione. Conclude con una vignetta dal titolo "L'idolatria della teoria dei campi quantistici", sempre tra il serio e il faceto, Laughlin sottolinea l'ingannabilità della mente umana, la trappola rappresentata dal pensiero matematico e dal suo credersi onnipotente, per arrivare a prospettare una fisica moderna che rifiuti le leggi semi-religiose e le credenze e si concentri su leggi di natura collettiva, relative alla capacità di organizzazione autonoma degli elementi che riguarda anche la spinosa questione dello spazio vuoto «di cui i fisici non riescono neppure a parlare tra loro, tanto è forte e ancora condivisa la fiducia nell'idea tradizionale di vuoto».

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