Facciamo un po' di storia. Senza pretese, ovviamente, e senza il "si stava meglio quando si stava peggio", per carità.
Un dibattito è scoppiato su mentelocale.it nelle ultime settimane. Il tema è:
dove sta andando Genova? Tanti locali storici chiudono, gli artisti si lamentano della mancanza di spazi e occasioni. Accanto nascono come funghi nuovi bar, lounge, ristorantini.
Così ci è venuto in mente di parlare un po' della movida
ante litteram, di quando il centro storico era molto diverso da oggi e di sera si andava a cercare l'evento dove veniva organizzato, non per forza nei vicoli.
A metà anni Ottanta, dalle parti di via Asiago, c'era un luogo un po' assurdo e molto fico. Si chiamava
CVT (Centro Viaggiatori nel Tempo), ad aprirlo era stato il poeta genovese - oggi patron del
Festival Internazionale di Poesia -
Claudio Pozzani. «Era nato nella sede della Cooperativa Viaggiatori del Tempo - dice - con cui già organizzavo eventi. Fu un periodo di grande fermento, in locali come
Panteca e
Psycho si organizzavano un sacco di cose». Si può dire che il Festival di Poesia, arrivato nel 2007 alla dodicesima edizione, è nato proprio lì.
In ogni stanza un videoregistratore proiettava concerti, video rari, da collezione. Accanto alla carta dei panini e dei cocktail c'era quella dei video e dei giochi. A proposito di panini e bibitoni: la lista era infinita, Claudio se ne inventava sempre di nuovi: «Ricordo addirittura un cocktail chiamato
Ma sì, impiccati!. In genere le invenzioni erano frutto di esperimenti o variazioni dal classico», dice. Provata la commestibilità, li proponeva al pubblico.
E poi proiezioni su prenotazione, musica dal vivo (Claudio all'epoca faceva parte dei
Cinano, gruppo musicale rumorista). Che gente veniva da te? «Di tutti i tipi. Professionisti, operai, e tanti universitari per la vicinanza con la casa dello studente di via Asiago». Il CVT ha resistito fino al 1999, oggi dietro quei muri c'è un'abitazione privata.
Che periodo era? Cosa è cambiato rispetto ad allora? «Nella seconda metà degli anni Ottanta il fermento era grande, anche dal punto di vista musicale. C'era la voglia di creare sonorità nuove.
Oggi non vedo lo stesso tipo di coraggio. E poi la mia generazione è nata nelle radio libere, una forma di comunicazione che dopo non ha avuto simili». Neanche con internet? «Non è la stessa cosa, con la radio riuscivi a costruire qualcosa intorno.
La rete funziona bene per l'aggregazione, meno per la creazione».
Pozzani è nato nei vicoli, si definisce un carrugiaro, e ancora oggi abita nella zona di Santa Maria di Castello. Del centro storico pensa che: «i locali hanno portato vitalità, ma non i negozi che c'erano una volta, i bambini che giocavano per strada, gli abitanti radicati.
C'è differenza tra divertirsi e vivere in un luogo. E la gente non può sentire proprio un luogo dove non può giocare. Insomma, ho nostalgia delle pallonate nei vetri».