Attualità Magazine - Giovedì 2 novembre 2017

Dalla Catalogna alla Lombardia, le cause che spingono alle autonomie regionali

© Wikipedia / Josep Renalias - Lohen11

Magazine - Non deve stupire il successo del referendum in Catalogna né quello in Veneto e in Lombardia, perché pur con mille differenze, queste consultazioni sono state legittimate da forze analoghe che fanno ulteriormente crescere l’instabilità politica. Il fenomeno ha tre cause principali che vorremmo esporre in ordine crescente d’importanza.

La prima è connessa alle istanze democratiche che accrescono il peso delle vere o supposte differenze, accentuando l’istanza di autogestione. La seconda metà dell’900 ha portato alla caduta delle colonie e oggi con un processo simile, pur con tutte le differenze storico/sociali, prevale la tendenza a disconoscere le agglomerazioni imposte dall’alto.

La seconda deriva dalla perdita di funzione dello stato nazionale, che non assolve più le due principali funzioni di difesa e di mercato. Infatti in passato, lo Stato rappresentava lo strumento principale della difesa: per ricordare un emblematico esempio storico, quando il re di Francia Carlo VIII nel 1494 con 30.000 uomini scese in Italia raggiunse Napoli quasi senza incontrare resistenza: infatti, nonostante la formidabile fioritura economico/culturale della penisola, l’Italia era costituita da tanti staterelli singolarmente incapaci di difendersi.

Analogamente la rivoluzione industriale ha avuto bisogno della dimensione del mercato nazionale per sfruttare le economie di scala che garantivano sviluppo e competitività internazionale. Difficilmente la Fiat avrebbe potuto affermarsi senza il mercato nazionale che fungesse da incubatrice nella fase iniziale dello sviluppo. Oggi le funzioni di difesa e mercato sono entrambe passate interamente all’Unione Europea e non fanno più capo agli stati nazionali.

La terza causa è comunque la più importante e nasce dall’incapacità della mano pubblica di assolvere al proprio ruolo; pur in maniera parzialmente inconscia la sensazione di tale inadeguatezza dilaga nell’opinione pubblica, dando origine ai vari movimenti di contestazione impropriamente denominati populismo. Il buon senso e la responsabilità popolare rifiutano l’impercorribile alternativa anarchica,  ma cercano almeno di limitare i troppi livelli di controllo, costituiti da Regioni, Stati e Ue, per ridurre le ingerenze e il peso pubblico.

Di conseguenza le varie evoluzioni che a priva vista sembrerebbero diverse e quasi opposte hanno invece tutti queste comuni istanze e comprendono sia la Brexit, sia la rivolta della Catalogna, sia la richiesta di maggiore autonomia della Lombardia e del Veneto: tutti cercano disperatamente di ridurre lo spazio del parassitismo pubblico. Basta ricordare che la Lombardia se non dovesse contribuire ai costi centrali dello Stato nazionale potrebbe aumentare la spesa pubblica sul proprio territorio del 40% o ridurre l’imposizione fiscale del 30%: contributo non modesto alla vivibilità e competitività della Regione. È assurdo opporsi con la polizia e con i cavilli legali a queste istanze insopprimibili; se il sistema non assolve al proprio ruolo è inevitabile che venga rigettato.

Così è facile capire che mentre la Brexit è un suicidio a scadenza ravvicinata, le istanze di autonomia delle varie regioni spingono di fatto nella direzione giusta in grado di dare maggior peso politico/economico alla Unione Europea che potrebbe agglomerare regioni omogenee e non più stati nazionali, ormai privi di ruolo e fuori scala nella realtà odierna. 

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