È una bella giornata d'inverno a Sanremo. Siamo seduti al tavolino di un bar in riva al mare e le onde, fuori, si infrangono sugli scogli. Gli schizzi raggiungono anche le vetrate del locale.
Davanti a qualche caffè e una bottiglietta d'acqua frizzante, Antonio Tabucchi parla a ruota libera. Sta per ricevere il Premio Frontiere-Biamonti, prima edizione, dedicato alla figura di Francesco Biamonti (San Biagio della Cima, 1928 - 2001).
Tabucchi, come scrittore, si sente molto vicino al cantore del paesaggio contadino della Liguria di Ponente: «amo molto la sua poetica» afferma. «Leggere Biamonti è come guardare certi quadri in cui il figurativo diventa quasi astratto: più che il mare, lui raccontava l'idea del mare, più che il viaggio l'idea del viaggio». E prosegue: «era un uomo di grande mitezza, di grande gentilezza d'animo. È arrivato tardi alla letteratura (nei primi anni Ottanta, ndr) solo perché era una persona molto schiva, le sue cose se le teneva lì».
Pisano di nascita e portoghese d'adozione, Antonio Tabucchi ha viaggiato in lungo e in largo. È tra gli scrittori italiani contemporanei più letti e tradotti al mondo. È stato per lungo tempo anche legato a Genova, dove ha insegnato all'Università dal 1977 al 1990 e dove ha ambientato il romanzo Il filo dell'orizzonte (1986): «in realtà il mio attaccamento verso la Liguria è indelebile. Ci ho insegnato, ci ho vissuto, ho avuto molti amici. Amo molto la gastronomia ligure», scherza poi, «e so fare il pesto in maniera egregia». Un attimo di silenzio e poi torna serio: «la bellezza di certi luoghi non la dimenticherò mai, ma mantengo anche i ricordi delle cose che mi hanno turbato: i miei anni genovesi sono stati tra i più cupi della storia italiana, gli anni delle Brigate Rosse».
Un concetto, quello del ricordo affettuoso anche per i momenti tristi, che ritorna anche tra le pagine del suo ultimo libro, la raccolta di racconti Il tempo invecchia in fretta (Feltrinelli, 2009, 171 pp, 15 Eu): «mi è capitato di scrivere un racconto sulla nostalgia del peggio, cosa a cui fino a poco tempo fa non avevo mai pensato. La storia è quella di un signore tedesco che ha nostalgia del Muro, di una grossa e invalicabile frontiera. E mi è venuto in mente che alla fine le frontiere più difficili da superare sono quelle che abbiamo dentro, ostacoli che fanno parte della natura umana e che non sono facilmente valicabili». Un attimo di silenzio e conclude: «in questo, però, l'arte e la scrittura possono essere di grande aiuto».
Parla piano Tabucchi, con lentezza, dosa le parole come se fossero tessere di un puzzle e lui dovesse scegliere la posizione esatta in cui posarle. Non a caso, a proposito della scelta di scrivere un libro di racconti piuttosto che un romanzo, sottolinea come il fatto di scegliere le parole sia un'enorme responsabilità. Soprattutto in un testo breve. «Il racconto è una forma chiusa, come il sonetto in poesia. E mentre il romanzo ammette qualche imperfezione, il racconto esige l'attenzione che deve avere un orologiaio quando ripara un orologio».
Il tempo invecchia in fretta è composto da nove racconti dall'ambientazione insolita. Almeno per Tabucchi. Al contrario di molte altre sue opere, non ci sono il sole d'estate e i torridi panorami del Portogallo, dell'India, delle Azzorre: le storie sono per lo più ambientate nell'Europa dell'Est, da Berlino a Bucarest, da Varsavia a Creta, e si svolgono nell'arco di buona parte del Novecento in un continuo confronto tra passato, presente e futuro.
«La scelta di occuparmi di questa zona geografica è stata casuale» afferma lo scrittore: «alcune storie mi sono state raccontate e io le ho solo riraccontate. Sono quindi accadute davvero. Dai primi anni Settanta (l'epoca del suo esordio nella scrittura, ndr), non è cambiato solo il mio universo narrativo ma è cambiata la nostra Europa. Allora c'era un progetto di Europa ancora in embrione. Nel tempo l'espansione geografica è stata notevole, ma gli ideali di 30, 40 anni fa continuano ad essere ipotetici, distratti da elementi di contabilità».
Ma il vero filo conduttore del libro, come si evince dal titolo preso in prestito da un frammento presocratico, è il tempo. «La maniera in cui si vive il tempo varia - appunto - nel tempo. Dalle generazioni dei miei genitori e dei miei nonni il sentimento del tempo è molto cambiato, si è complicato con la modernità» spiega Tabucchi, sfornando poi un aneddoto esemplificativo: «una volta stavo facendo zapping su un canale satellitare ho visto le immagini di una donna punita in pubblico, trasmesse in chissà quale paese, probabilmente, per scopi didattici. Stavamo vivendo simultaneamente in due tempi diversi, io che mangiavo davanti al televisore, lei che veniva punita».
E dell'Italia di oggi cosa ha da dire? «Per descriverla, più che di una visione politica o sociologica, ci vuole una visione che riconosca una cicatrice aperta che spacca il Paese in due. In realtà, per fare la storia le cicatrici devono essere chiuse. Per cui faccio una proposta: sarebbe bene che, oltre ai monumenti dei nostri eroi, si facessero anche monumenti alle nostre colpe, in modo che la gente possa ricordarle tutti i giorni». Un monumento al Fascismo per l'Italia? «Non solo: anche uno a Ceausescu in Romania, uno dedicato all'Algeria in Francia e all'epoca del colonialismo in Inghilterra».